Licaonici's profileI LicaoniciPhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    October 09

    Io

    Sono in macchina. Fuori è il silenzio. La luce di un lampione filtra attraverso i vetri sporchi. All'interno suona tenue la melodia di "Shine on you crazy diamond". Dolce. riesco quasi a vederla la musica, ha la forma del fumo che esce dalla mia sigaretta. Una striscia grigia che si muove lenta e sinuosa, sonnolenta. Esce dalle mie labbra (un getto che ha un che di violento), si infrange sul cruscotto e si espande ad avvolgere tutto l'abitacolo. Una nuvola che mi abbraccia. Si muove ricalcando i movimenti della mia mente. La dolce sinfonia mi culla, mi prende con sè come una tenera amante. Chiudo gli occhi e siamo solo io e lei. Mi è difficile oggi riuscire a ritagliare un momento che sia solo mio. Ecco perchè quando ciò accade acquista un'importanza che ha un che di sacrale. E' un piccolo spazio, in cui non entrano tristezza, angoscia, paura dell'avvenire. Nemmeno esiste un avvenire, come non esiste un passato per la cui volontà io mi sia ora ritrovato qui. Non entrano nemmeno quelle piccole cose quotidiane a cui non badiamo, a cui siamo cechi; quelle piccole cose che con la loro futilità e il loro esser niente, scandiscono in realtà la nostra vita, con confini marcatissimi, con solchi profondissimi ed inattraversabili, e la blindano con sigilli di fuoco e acciaio. Lascio fuori persino le amicizie e gli amori, non permetto che si intromettano neppure coloro che sono stelle guida del mio quotidiano cammino, saldi fari nel grigio della mia insicurezza, su cui forse troppo spesso ed eccessivamente baso la mia giornata.
    Ci sono solo io, e niente mi tocca, nè mi turba. Sono puro spirito, che si espande e si sperde nell'aria.
    E intanto non mi accorgo che anche queste sono parole d'amore. 
     
     
                                                                                                                                                     Max

    la corsa dei cretini. Il dego

     

    Il Dego

     

     

     

    Un losco figuro si inerpicava per un sentiero ascoso che conduceva dentro un boschetto. Canticchiava tra se e se un motivetto scemo e di tanto in tanto perdeva l’equilibrio schiantandosi a terra con le ginocchia. Sulle note fuori stagione di “Jingle bells”, cantava con queste parole da lui inventate, forse per farsi coraggio, forse per l’ebbrezza, chissà:

     

    Vincerò, vincerò

    Oh, se vincerò

    E i gioielli intascherò

    La play3 mi comprerò

    Na na na nanna na, etc

     

    Si trovava in quel luogo quasi per caso. Dopo avere attraversato diversi campi, era incappato in un cartello molto vecchio che recitava “Mantova 9” e che indirizzava per quel sentiero, che lo aveva poi condotto su per un colle, che aveva sulla cima un piccolo boschetto. Secondo i suoi calcoli, che erano più dubbi di una teoria medievale in quanto basati esclusivamente sulla fatica che sentiva alle gambe, attraversato il boschetto sarebbe arrivato alle spalle della città.  Era salito per lungo tempo in cima a quella collina, tanto che gli parve di avere scalato l’Everest: guardò quindi in giù, dentro la tenebra, e volle capire quanto fosse in alto. Così afferrò da terra un sasso piuttosto grosso e ovale e lo scagliò verso il basso, ma non riuscì a sentire il tonfo d’arrivo della pietra a terra, nonostante il silenzio assoluto che regnava in quel luogo. Si rallegrò d’essersi arrampicato così a lungo e si tastò fiero i muscoli delle braccia che gli parvero essere più grossi del giorno prima (credo si chiami illusione alcolica). Si trovava ora all’entrata della fatidica boscaglia, dove due salici tenebrosi ne annunciavano l’inizio a mo’ di colonne d’Ercole. Si addentrò quindi respirando il tipico profumo di bosco: un minestrone di violette, resina, pino, fragoline e mirtilli e cacche di scoiattolo. All’interno la luminosità era praticamente nulla, ma per sua fortuna era dotato di cellulare giapponese di ultima generazione, che comprendeva funzione torcia, funzione bussola, funzione antifurto satellitare, funzione coltellino svizzero. S’addentrò quindi per il bosco, che da nessun sentiero era segnato. Non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e ‘n volti; non pomi v’eran, ma stecchi con fosco, non si aspri sterpi, nè si folti. Passo dopo passo percepiva qualcosa che non andava: regnava in tutto un silenzio assordante, rotto solo dall’incerto fruscio dei suoi passi e dal ritmo del suo cuore preoccupato. Sentiva un’atmosfera diabolica tutt’intorno, un’attesa ansiosa e il presentimento di qualcosa di orrendo, come quando sta per esplodere una bomba. Giunse in una zona dove l’aria era praticamente assente e aleggiava una sorta di afa malefica e soffocante. Avanzando di qualche passo riuscì a distinguere una luce fioca e lontana, offuscata e confusa dalle poche foglie degli alberi e dalla fittissima ramaglia. Tirò un lungo sospiro e avanzò ancora in direzione della luce, sperando di trovare un’uscita, magari un po’ di aria, magari la città. Ma mano a mano che avanzava, più iniziava a capire che la luce non era una sola, ma almeno una decina; non luci elettriche, ma fiaccole. Ora procedeva acquattato cercando di fare il minor rumore possibile. Alle sue orecchie giunse una voce, una voce tetra e monotona, quasi stesse pronunciando una stanca omelia. Prese posto dietro un albero enorme, così da poter vedere cosa stava succedendo: vide un gruppo di uomini vestiti con tuniche nere lunghe dalle spalle ai piedi, con le teste avvolte in cappucci puntuti, ai piedi dei sandali scuri. Sui loro petti distinse il luccichio di grossi medaglioni, riportanti la stella a cinque punte racchiusa in un cerchio: il prototipo del satanista. Se ne sarebbe andato a gambe levate il prima possibile se solo non fosse stato trattenuto dalla curiosità e dalla pietà. I misteriosi umanoidi corvini stavano infatti per celebrare uno strano e macabro rito: non gli ci volle molto a capire che si trattava di un sacrificio umano. Infatti, legato tra due alberi con quattro grosse catene, una per ogni arto, c’era un uomo vestito con un abito elegante che si vedeva, moriva già dal terrore. I figuri erano disposti a semicerchio attorno alla retta tracciata dai due alberi dove la vittima era legata; al centro del semicerchio c’era un altro uomo, ma diverso dagli altri: indossava una palandrana gialla decorata con strani simboli neri e non portava il cappuccio, ma una corona bianca come un osso. Doveva essere il capo. Quest’ultimo, piantato a gambe serrate davanti alla vittima del rito, in una mano reggeva minacciosamente un coltellaccio dalla lama lunga, esile e ricurva. Nell’altra teneva un libro nero aperto dal quale leggeva con tono severo quella che suonava come una sentenza, in una lingua ignota orribile,  recitata con questi suoni aspri : “...ab Benezer proma trade, ab eo nimam doka e en foci pre seprem bruac..”. Il Dego avrebbe voluto fare qualcosa per quel poveretto legato, ma la paura aveva su di lui l’effetto di decine di catene. Il solo pensiero di non poter riuscire a spuntarla in una lotta solo contro dieci per aiutare la vittima inerme gli dava un senso di angoscia opprimente. Il sudore che colava sui suoi occhi lo accecava; ma alla fine prevalse su di lui il disgusto. Quando il capo, deposto il libro, fu in procinto di piantare il coltellaccio dritto al cuore della vittima, il Dego si lasciò sfuggire un grido pregno di orrore e di pena:

    “Nooo, fermo!”. Tutti si voltarono repentinamente puntando le torce nella sua direzione e quasi immediatamente lo videro rannicchiato. “Prendetelo” ordinò loro il capo. Un paio di incappucciati si avvicinarono al Dego che giaceva a terra inerme e atterrito come un insetto. Lo sollevarono violentemente per le braccia, ma lui non oppose alcuna resistenza, paralizzato dal panico. Fu condotto al cospetto del signore dalla tunica gialla, che lo squadrava con il volto severo:

    “Chi sei tu? Un prete in borghese? Cosa stavi facendo là dietro? Chi ti manda? Che cosa hai visto?”. Il Dego ricambiava preoccupato gli sguardi, ma si vedeva lontano un miglio che se la stava facendo addosso: restò in silenzio, visto che non passava aria nella trachea per rispondere alle domande. Poi capì che parlare sarebbe stata la sua unica speranza di salvezza, quindi iniziò a balbettare:

    “Io...io...Stavo andando a Mantova..sto correndo…per una gara… ma...ecco..io…io mi sono perso”. Ci fu un attimo di silenzio assoluto dove si udivano solo i lamenti dell’uomo incatenato, qualcuno rise di scherno. Poi il capo parlò di nuovo:

    “Questa è la scusa più stupida che potevi dire, legatelo! Le spie devono morire”. Un uomo incappucciato disse che non avevano più catene. Mentre gli altri cercavano qualcosa per legarlo, il Dego ebbe tempo di riflettere sul fatto che stava per morire, e non ne aveva nessuna intenzione per il momento, cercò quindi di guadagnare altro tempo, in attesa che una buona idea gli arrivasse al cervello:

    “Voi chi siete? Perchè uccidete? Perchè lo fate? Se devo morire con quell’uomo voglio sapere perchè”. Allora il capo, che mai aveva cambiato l’espressione arcigna che aveva stampata sul volto, rispose:

    “Morirete tutti e due, nel nome di Satana”

    “Oh bella questa, e perchè mai?”Nella mente terrorizzata del Dego la paura si era trasformata in pura isteria, l’isteria in coraggio, il coraggio in strafottenza. Il Capo lo guardò perplesso:

    “Insolente. Perchè se gli offriamo anime governeremo con lui all’inferno”.

    “Questa è ancora meglio. E che vantaggi avreste in tutto questo? Voglio dire: uccidere uomini nei boschi con l’intento di andare all’inferno a fare compagnia a Lucifero...Dove stanno scritte queste cose? ”.

    “Sul sacro libro nero”.

    “E quale affidabilità ha quel libro? Chi l’ha scritto?”.

    “Ci è stato tramandato dai padri della nostra setta perchè noi facciamo il Suo volere”.

    “Io non credo in Dio, e nemmeno nel Demonio” iniziò il Dego “ma non vedo perché dovete essere così ottusi nel dover fare del male per forza. Mi spiego meglio, signori: voi volete il male. Predicate il Male, fate del male e contate di offrire al Male delle anime, per avere una ricompensa? Giusto? Non è così?”. Qualcuno annuì con la testa; il Capo restò sulle sue, ma rilasciò un “si, è così”. Il Dego riprese la parola:

     “E allora, scusate la volgarità, signori: che cazzo ci fate in un bosco sperduto nel buco del culo del mondo?”. Si percepì un fremito generale, qualcuno prese a parlottare, altri sbottarono.

    “Insolente!” berciò il capo “stai giocando col fuoco! Noi siamo il pericolo! Noi siamo il Male!”. Il Dego rise  come una iena isterica:

    “Il pericolo per chi? Per gufi e scoiattoli?”. Il capo perse il lume ma riprese il controllo della mano che reggeva il coltellaccio:

    “Hai pronunciato le tue ultime parole, sciocco!”.

    “Hey Hey! Fermo!” implorò l’altro uomo incatenato “ho capito cosa vuole dire”.

    “Silenzio! Poi tocca a te, traditore!” lo zittì il capo. Allora il Dego approfittò della pausa:

    “Voi non siete una minaccia! Voi non siete il male! Guardatevi attorno, sciocchi! Il mondo è male, il mondo trabocca di schifezza maligna e sentimenti perversi!”

    “Già!” continuò l’altro incatenato “mentre al mondo si commettono stragi, voi uccidete uomini insignificanti in luoghi sconosciuti!!”. Ora gli adepti ascoltavano con attenzione.

    “Vero!” riprese il Dego “il mio collega la sa lunga: il mondo è grande e incasinato: la nostra morte non fa scalpore, e il male che non fa scalpore non piace a Satana…al pezzo da 90 insomma. Voi dovete fare il male in grande stile. Prendete esempio dal grande Hitler! Quello aveva milioni di morti sulle spalle! Altrochè qualche sacrificio isolato…”.

    “O il grande Stalin!” gridò l’uomo incatenato “quelli si che sono malvagi; non voi!”

    “Aprite gli occhi!” Riprese ancora il Dego “Il male oggi si fa in grande stile: atti terroristici esemplari, guerre con grandi mezzi pesanti, la Mafia, la Yakuza…”

    “Lo sfruttamento della prostituzione, la tratta di schiavi, il Ku Klux Klan” motivava l’uomo incatenato.

    “Gente: l’esercito Americano aspetta uomini valorosi come voi per la campagna Orientale. La Mafia ha sempre bisogno di brava gente senza scrupoli. L’esercito dei terroristi islamici accoglierà a braccia aperte la vostra sete di sangue cristiano! E con tutto questo ben di Dio, cioè, di Satana volevo dire…Voi ve ne state fuori dal mondo a commettere marachelle da quattro soldi…Questo è spreco di risorse! Non vi andrebbe di disporre di armi per omicidi di massa? Godere della perfidia delle armi chimiche? Gustare l’esecuzione di decine di innocenti in un colpo solo? Non è questo che fa più piacere a Satana? La guerra! La strage! Seminare discordia!”. Ci fu un attimo di silenzio, quasi imbarazzante.

    “Quell’uomo ha ragione: qui siamo sprecati mentre là fuori sono tutti molto più cattivi ed efficienti di noi!” disse qualcuno. “E’ vero! E’ così!” s’aggiunse un altro.

    “Uccidiamoli” propose qualcuno fuori dal coro. Ma ormai nessuno si preoccupava più delle vittime sacrificali: il Male in grande stile teneva banco nell’interesse della setta.

    “Basta così! Silenzio!” suggellò il capo. La sua espressione era cambiata, adesso pareva pensoso. Guardò il libro nero che teneva tra le mani e lo lasciò cadere a terra, lo stesso fece col suo coltellaccio che si infilò dritto nella terra:

    “Quest’uomo ha ragione” disse infine “rilasciateli, tutti e due”. Gli altri incappucciati restarono immobili e interdetti:

    “E il rito? E il posto che ci hai promesso alla destra di Satana?” chiese qualcuno.

    “Non ho detto di mandare tutto a puttane! Noi ci arruoleremo in qualche esercito. Quest’uomo mi ha aperto gli occhi”. Il Dego tirò un sospiro di sollievo nel vedere che all’uomo elegante venivano tolte le catene e sentire la presa di quelli che lo tenevano allentarsi fino alla libertà. Libertà, sì! Ne respirò il profumo spensierato e ne assaporò il gusto zuccherino. L’uomo sciolto dalle catene corse ad abbracciarlo, dagli occhi sputava fiamme di felicità e puzzava di tensione. Il Capo si rivolse di nuovo al Dego:

    “Sei in gamba, ragazzo, hai un sacco di buone idee che servirebbero alla nostra setta: verresti con noi ad arruolarti?”.

    “Oh, vi ringrazio molto per l’offerta, ma non posso accettare” rispose il Dego.

    “Siete liberi di andare, dunque.” disse il capo “ma non accetto che si sappia che la nostra setta è stata debole. Che nessuno sappia mai di questa storia, altrimenti...” Così dicendo fece segno eloquente attraversandosi la gola con la punta del pollice. Il Dego e l’altra vittima scampata al sacrificio si allontanarono fino a sparire oltre una coltre di alberi e foglie. Appena furono lontani l’uomo si rivolse al Dego con le lacrime agli occhi:

    “Chi sei veramente? Un angelo?”

    “Non dire stronzate vecchio mio, oggi è solo il tuo giorno fortunato: sono solo un tizio un po’ sbronzo che sta facendo una gara imbecille con i suoi amici imbecilli, per vincere degli stupidi gioielli”.

    “Temo di non capire. Ma tu mi hai salvato la vita: come posso ricambiare?” disse confuso l’altro. Il Dego sperava in questa domanda:

    “Veramente in due modi…”

    “Sono tutto orecchi” disse l’uomo

    “Per prima cosa, togliti i vestiti” gli ordinò con sorriso maligno. Piombò di nuovo il buio nel viso dell’altro:

    “Mi spiace, non sono di quella parte. Io non…non posso…non voglio…Piuttosto uccidimi! O riportami da quelli della setta, io non…”

    “Ma no, cos’hai capito?!? Voglio il tuo vestito, ti darò il mio. Mi serve il tuo vestito” chiarì il Dego. L’altro sospirò sollevato e tutti e due si fecero una bella risata isterica:

    “Come mai ti hanno agghindato così?”

    “Faceva parte del rito. Ma quale è la tua seconda richiesta?”

    “Portami a Mantova! Sai andarci da qui?”

    “Forse...Conosco la zona, ma non so esattamente dove siamo e mi ci vorrà un po’”. Così presero a camminare discorrendo del più e del meno. La ex vittima si chiamava Ettore, aveva una moglie, una figlia e un cane che si chiamava Cuki. Faceva l’impiegato alle poste e collezionava francobolli, oltre ad avere una passione per l’occulto che lo aveva portato ad avere scazzi mortali con una setta. Il Dego raccontò lui della gara. Poi parlarono di tante altre cose, camminando a zonzo per quel luogo oscuro… silenzioso… desolato…fuggendo da quell’inferno i due per quel cammino ascoso entraron a ritornar nel chiaro mondo; e, sanza cura avere d’alcun riposo, saliron su, un primo e l’altro secondo, tanto che videron delle cose belle che porta il ciel, per un pertugio tondo; e quindi usciron a riveder le stelle.    (scusami vecchio D.)   

     

     

    INTERMEZZO 3

     SFIGATO & IMBECILLE

     

     

    “Sei proprio un buono a nulla”  disse impertinente la bambina. Già, la bambina impertinente. Con quegli occhioni celesti e quei ricciolini d’oro, con quelle guancette paffute arrossate e la vocina altisonante. I bambini, tutti matti, senza paura delle conseguenze, dalle menti più complicate di una equazione algebrica. Senza logica e tanto cuore, senza macchia e giudici dei “grandi”, per loro tutti scemi e troppo complicati; proibitivi e guastafeste. Per loro il mondo è un parco giochi in ogni dove, per loro il pericolo si nasconde soltanto negli armadi o sotto i letti.

    “Zitta, piccola impertinente!” gridò l’uomo nero. Già, l’uomo nero, il rapitore. Con quella sua barbaccia unta e latra alla Cerbero, con quei capelli sozzi e ingarbugliati, con i suoi cenci sgangherati e con il fiato puzzolente. Pieno di idee geniali ma confuse, che combattono nella sua mente senza sosta. Senza scampo e disperato, povero e fannullone, braccato e stanco. Per lui il mondo non è più un parco giochi da almeno trent’anni. Per lui il pericolo sono gli sbirri, la fame; ma soprattutto il lavoro. Era fuggito dal carcere, aveva rubato un motorino e preso con se un facile ostaggio: ma il motorino ora era fermo, e l’ostaggio un vero e proprio rompicoglioni. Il motorino in questione scatarrò altre due volte sotto le sferzate del suo illegittimo padrone: ma niente da fare, non voleva più saperne di partire. Bestemmia. Si fermò per un attimo, e per distrarsi dai suoi affanni si guardò intorno, per quanto gli fosse possibile, e provò ad intuire dove cavolo fosse finito: alla sua destra iniziava la salita di una collinetta che si innalzava verso il cielo, ma non ne vedeva la fine. Alla sua sinistra vigneti a perdita d’occhio. Lui si trovava nella stradina bianca che passava tra la collina e i vigneti, con il mezzo fermo e un ostaggio che avrebbe fatto meglio a non prendere, il tipo d’ostaggio peggiore: quello che non ha paura.

    “Non li vedi i film?” intervenne a proposito di ciò di nuovo la bambina che osservava la scena seduta su di una radice che spuntava dal terreno “per fuggire si rubano le macchine sportive, non motorini scassati. E non si rapiscono le bambine, ma belle donne che si possono innamorare di te”.

    “Ti ho detto di tacere!” berciò lui, madido di sudore, tutto intento a far ragionare quel dannato motore. La bambina tacque per alcuni istanti tenendo le braccine incrociate e il musino imbronciato:

    “Voglio la mia mamma!” protestò.

    “La tua mamma può andare al diavolo! E questo dannato motorino con lei!” Gridò lui sull’orlo dell’esasperazione.

    “Non si dicono le parolacce! E non insultare la mia mamma!” lo sgridò lei. Alfonso Gomma, il pericoloso ricercato, smise di malmenare il motorino e con le mani si massaggiava il viso in un gesto estremo di contegno d’ esasperata riflessione.

    “E’ finita la benzina” suggerì la piccola.

    “Dì un po’, marmocchia: con chi credi di avere a che fare?” gli chiese lui, quasi dolcemente.

    “Con un rapitore cattivo e puzzolente che non sa fare andare i motorini”. Lui, udite queste parole, la raggiunse in due passi e la afferrò per le spallucce e prese a urlarle in faccia:

    “Sono Alfonso Gomma! Sono cattivo! Devi avere paura di me! E poi io so tutto sui motorini! sulle auto! sui camion! Rubo da quando avevo la tua età! Sono un professionista! Quindi stai zitta!Silenzio!”. La bambina lo fissava stralunata,  ma non aveva paura, anzi, sorrideva:

    “Come hai detto che ti chiami? Gomma? Alfonso Gomma?” Poi proruppe in una risata assillante, altissima, acutissima “Che razza di nome è?hi hi hi hi...Gomma...hi hi hi”. Lui la lasciò perdere, non c’era niente da fare, e non avrebbe avuto il coraggio di malmenare una bambina. Così prese il tutto con filosofia e tornò a concentrarsi sul motorino. Ma quello  non partiva, maledizione! Non ne voleva proprio sapere. E lui a Mantova ci doveva arrivare, per trovare un suo amico che lo poteva aiutare. Avrebbe sì rubato una macchina sportiva, ma avrebbe dato nell’occhio come Marilyn Manson al giubileo. E poi non avrebbe potuto passare per strade normali, sarebbe incappato in un posto di blocco, e non aveva la minima intenzione di tornare in quel carcere maledetto.

    “E’ la candela” suggerì la bambina. Lui levò lo sguardo al cielo, poi di nuovo verso di lei. La guardò che dondolava le gambine a penzoloni. Stava per inveire ancora, ma qualcosa in quell’istante gli finì giusto sulla testa, non riuscì neanche a dire una sola lettera, cadde esanime e senza un grido, a peso morto nella polvere. La bambina fissava il corpo a terra, scese dalla radice e si avvicinò incuriosita. Provò a strattonarlo “signor Gomma...signor Gomma…”. Non rispose, era privo di sensi. In parte al corpo esanime del rapitore c’era qualcosa. La piccola la prese tra le sue manine e lo osservò con interesse: un sasso ovale piuttosto grosso, e da poco sporco di sangue. La sua fervida immaginazione la portò a qualche conclusione: alieni! Un meteorite! Gesù? No, veniva dalla cima della collina, per forza. Lasciò cadere il sasso e decise di fuggire dal suo rapitore, puzzolente ma tuttavia simpatico. Così si allontanò verso la stradina bianca, saltellando come se stesse giocando a mondo: un salto a due gambe, ora a una gamba, ora a due...lancio del sassolino…un salto…