Licaonici's profileI LicaoniciPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
March 21 Ceo & Max vs BarbiAll good children go to heaven ( Bad Religion) And did you exchange a walk on part in the war for a lead role in a cage? ( Pink Floyd) ANTEFATTI By Ceo Nonostante il semestre fosse finito da sole 12 ore, i problemi legati all'università non avevano avuto la stessa sorte. Tutto cominciò ad anno già iniziato, il sole irradiava il polo Zanotto, i ragazzi poltrivano sotto i suoi raggi distesi sul prato della facoltà, dediti a bere birra e programmare il corso del semestre. Noi, all'epoca giovani e inesperti, magari un po' cazzoni, mica sapevamo in cosa consistevano i famigerati "crediti F", che venimmo nostro malgrado a sapere, in seguito, che non erano altro che dei corsi a frequenza obbligatoria, da scegliere tra una lista che ne conteneva suppergiù una decina. Scoperto questo e scoperto che 9 erano già iniziati, apprendemmo con somma disperazione e indiscriminata rabbia che l'unico corso rimasto a disposizione era "Storia del Cristianesimo". Già il nome suscitò noia per lunghezza e per prospettiva didattica. Arrivò quindi la prima lezione e fu lì che per la prima volta i nostri tristi destini si incrociarono con quello (non altrettanto buono) del docente Barbi. Tengo a dire che il nome del docente non ha nulla a che vedere con la celebre bambola perennemente sulla cresta dell'onda delle preferenze ludiche dell'infanzia femminile: quella era bionda, sexy, con le gambe da favola, minigonne da stupro, culo scolpito da Michelangelo, occhi celesti tra mare e cielo e sguardo ammiccante, contornato da una cascata di capelli turchini: questa era ed è Barbie la bambola. Barbi il docente è un vecchio che fuma sigarette ("dette da prostituta"), con i capelli stopposi e bigi, sopracciglia da Elio, magro come una sogliola e dall'aspetto perennemente stanco e sottotono. Per quanto mi riguarda personalmente consideravo il giorno di quelle lezioni spiacevole come finire la carta igienica, comunque ormai era da fare, così entrammo. Fin dal primo momento che incrociammo il suo sguardo triste, sottolineato dal suo passo strascicato, capimmo che a lui non piaceva quello che spiegava e a noi comunque non sarebbe interessato; tuttavia era e tuttora è un buon diavolo.E' proprio in quelle situazioni che lo studente non-modello si impegna a trovare diversivi per sfuggire alla noia e al gramo destino. Il passatempo preferito divenne subito sparare cazzate, il secondo scaccolarsi e biascicare caramelle al chinotto (grazie Paolo!). Il terzo è il più interessante dal punto di vista scientifico, si tratta di quello che definisco "lo studente dallo sguardo vuoto musicato". Questo tipo di studente è sempre esistito da quando esistono la musica e la scuola: egli è seduto con la schiena inarcata e le gambe a X, si isola completamente da tutto ciò che lo circonda entrando in una sorta di stato comatoso ma tenendo gli occhi aperti e fissando davanti a sè (spesso si sta masticando le unghie) con lo sguardo, appunto, vuoto. I suoi occhi scrutano in avanti lungo una linea perfettamente orizzontale e perpendicolare al muro, la sua espressione è vacua , vuota, mistica, incantata. Dopo alcuni secondi inizia ad agitare la testa avanti e indietro accompagnando il tutto con mani e piedi: significa che nella sua testa sta cantando una canzone. Lo sguardo resta sempre uguale, solenne e immutato come una quercia secolare. Ora si immagina di essere su un grande palco illuminato, sta cantando davanti ad una folla sterminata in delirio. Poi la canzone finisce e con essa svanisce la visione. Torna nell'aula con la mente, colto da terribile disincanto, lo sguardo triste e pacato: reazione data dal netto contrasto tra il suo sogno fantastico e la terribile e gretta realtà davanti ai suoi occhi. Così si affloscia sul banco, come un asciugamano bagnato, con la testa accolta tra gli avambracci e solitamente mantiene quella posizione fino alla fine della lezione. Durante quelle lezioni credo di essermi esibito a Los Angeles con i Bad Religion almeno 12 volte e con i System of a Down a Milano per 5 volte. Credo che il Max si sia esibito almeno 5 volte con i Deep Purple, forse a Tokyo, chiedero. Ad ogni modo ogni cosa deve cessare prima o poi, così anche le lezioni di storia del Cristianesimo: l'esame di fine corso fu un'autentica farsa, un lavoro di gruppo a tratti segnato da feroci dibattiti. Restava solo la parte finale: registrare il voto. Tutto sarebbe stato facile se solo il destino infame non avesse decretato che la registrazione era da farsi la mattina dopo il giorno della fine della sessione. Ovviamente la sera dell'ultimo giorno di sessione si era usciti a festeggiare e il risveglio il mattino seguente fu faticoso e struggente. ANTEFATTI By Max Un consiglio. Non fate degenero la sera prima di andare a registrare un voto. Non fatelo! Non fatelo e basta! Le conseguenze di tale azione potrebbero rivelarsi spiacevoli. Noi lo sappiamo, noi l'abbiamo provato. La vicenda si è più o meno svolta nella seguente maniera. Siamo usciti una sera con l'intenzione di festeggiare la fine dell'estenuante sessione d'esami, sessione che ci ha messo tutti a dura prova, stimolando tra l'altro la nostra fantasia a creare assurde e innovative bestemmie. Quale modo migliore, quindi, di celebrare la terminazione di queste sofferenze se non quella di ingurgitare quantità inimmaginabili d'alcool? La serata procedeva così allegra, tra una birra, un bicchiere di vino, un chupito, un boccale di rum, un'altra birra, una cassa di vodka, un barile di montenegro, un tir di beylis, un container pina colada... insomma avete afferrato il concetto. Eravamo allegri, spensierati, felici, giovani, il mondo era ai nostri piedi. Un'ombra tuttavia si ergeva su di noi: ignoravamo quello che ci attendeva il giorno dopo, ovvero la registrazione del voto di Storia del Cristianesimo, corso indispensabile per ogni giovane mente che voglia accrescere la propria ricchezza interiore e intraprendere la strada del successo. Ecco quello che avvenne il giorno sucessivo. RACCONTO DEL MAX La sveglia sta suonando. No, non è vero. Si invece, sta proprio suonando. No non è possibile, non può esistere un Dio tanto crudele! E' vero, la vita è spesso ingiusta, ma in ogni caso ora quella cazzo di sveglia sta suonando, quindi tanto vale alzarsi. In realtà è soltanto una parte di me ad essere sveglia perchè il mio cervello sta ancora dormendo, cullato dai fumi dell'alcool. Non so se avete mai provato ad alzarvi, fare colazione, lavarvi e vestirvi senza l'aiuto del cervello, ma in ogni caso vi assicuro: non è facile! E' soprattutto il vestirsi che crea problemi. Dopo aver perso un quarto d'ora nel tentativo di capire se la giusta ubicazione delle mutande fosse il naso o la testa, decido che quelle stronze si sarebbero trovate bene attorno al culo, e li le metto. Prendo la giacca, e prima di uscire do una fugace occhiata allo specchio: quello che appare è un essere ibrido, un misto tra Chewbecca e Homer Simpson che guarda una ciambella. A quella visione il mio cervello ha un piccolo sussulto, ma si può dire che sia ancora essenzialmente addormentato. Sull'autobus sono seduto vicino ad un barbone. Quello si gira, mi guarda, si alza e se ne va... Decisamente non devo ispirare molta fiducia. Sono sceso dall'autobus e mi dirigo verso la facoltà. Durante il tragitto mi intrattengo in una conversazione con un piccione (o almeno credo fosse un piccione). Ora il mio cervello è quasi del tutto sveglio, perchè il dover dare delle convincenti risposte al pennuto lo mette a dura prova. In quel mentre squilla il cellulare. E' un messaggio dal Ceo :"Oh vecio, sono schiantato a letto, arriverò per le 10:30".... fottuto stronzo! penso. Mi trovo ora all'interno di un'aula, la luce al neon mi stordisce (per quel poco che è rimasto da stordire), la testa mi gira, un senso di nausea mi opprime. Abbasso lo sguardo e davanti a me vedo un vecchio seduto ad una cattedra che mi guarda con un sorriso ebete stampato sulla faccia. Mi concentro cercando di capire cosa cazzo possa volere questo matusa da me. Spremo le meningi e socchiudo gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco questa figura. Dopo qualche attimo riesco nell'impresa: è il buon vecchio Barbi... Ma certo, mi dico, sei venuto qui per registrare il voto, chi cazzo volevi che fosse? Gandalf il grigio? Porgo il libretto al profe perchè lo firmi sperando che lo faccia in fretta, dal momento che non vedo l'ora di tornare a casa a dormire e finire questa tortura. La penna di Barbi si avvicina al libretto, ma lo fa len....ta....men....te...., imitando l'andatura di una lumaca di 200 anni. Io comincio a fremere, a sudare, come se stessi aspettando l'imminente esplosione di una bomba. La mano di Barbi è ancora a mezz'aria, sembra stia aspettando il passaggio di un treno merci, lo scorrere degli anni, dei lustri, delle ere. CAZZO MUOVI IL CULO PORCA TROIA, STO MORENDO!!! La punta della penna è finalmente ad un millimetro dalla carta! Dai! Ancora un piccolo sforzo! Ce la puoi fare, solo un... Barbi esita. Si blocca. Allontana la penna, si volta verso di me, mi guarda e mi chiede:"Come ti è sembrato il mio corso?". Il mio cervello viene scaraventato fuori dal letto. Ho assolutamente bisogno del suo aiuto per rispondere e così inizia un dialogo tra me e lui: Max: Porco cane hai sentito cosa mi ha chiesto?! Che cazzo gli rispondo? Cervello: Tranquillo, tranquillo, ce la puoi fare! Prova a dirgli la verità. Max: Ma non posso, mi ha fatto cagare il corso! Cervello: Ok, allora prova a mettergliela giù bene, trova qualcosa che sia un po' meno crudo di "mi ha fatto cagare", qualcosa come... Max: come...come... INUTILE! ......... OH CAZZO L'HO DETTO AD ALTA VOCE! HO DETTO CHE IL CORSO E' STATO INUTILE! Cervello: SEI UN MINCHIA! ME PAR FIN IMPOSSIBILE! Ok devi rimediare, ma veloce, digli qualcos'altro, qualsiasi cosa! Sono agitatissimo, confuso, in preda all'angoscia, così apro la bocca e dico la prima cosa che mi passa per la testa:"Cioè volevo dire... scorrevole..." Cervello:SCORREVOLE?! MA CHE CAZZO VUOL DIRE SCORREVOLE?! MA TI RENDI CONTO?! Ok c'è solo una cosa da fare: scappa! sscappa in fretta! Barbi mi sta guardando, ha gli occhi sbarrati, la bocca sbarrata, è incredulo, sembra stia guardando l'anticristo. Decido di dare retta al mio cervello, sfilo il libretto da sotto la mano del prof e mi getto fuori dall'aula. E mentre a me tocca subire tutto questo, quello stronzo del Ceo sarà ancora a letto! RACCONTO DEL CEO Mi alzai tardi, ovviamente. Meglio, mi svegliò mio fratello:"Vai in città?" chiese. "Prendo l'autobus delle otto, devo essere là alle nove" bofonchiai da sotto le coperte. "sono le nove e un quarto adesso, coglione!" dichiarò enfaticamente. Saltai giù dal letto, bestemmiai, mi grattai una chiappa, rilasciai uno sbuffo di rum della sera prima e presi il volo verso la città. Il Max teneva occupato Barbi che se ne voleva andare (Grazie Max!). Lo fermai al chiostro, raggiungerlo non fu difficile, come potete immaginare. Lui fumava una di quelle sue sigarette, io una delle mie. Furono minuti interminabili durante il quale mi chiese ogni cosa di me. Io ero maledettamente stanco e volevo solo quel maledetto voto firmato. Poi finalmente finimmo le sigarette:"cerchiamo un'aula vuota" dichiarò lui. "che cazzo serve un'aula vuota?" mi chiesi io, gli sorrisi. Ci incamminammo all'interno del polo Zanotto con calma surreale, zig-zagando tra gli studenti, io e il vecchio Barbi. La ricerca fu breve. Constatato che di aule vuote non ve ne erano e che non era il caso di salire fino al primo piano, si fermò al centro di un corridoio e deposa a terra la borsa guardandosi attorno con fare sospetto. "Mica mi stai vendendo droga" pensai guardandolo; sembravamo in effetti lui un pusher, io il cliente. Mi chiese di nuovo il mio nome e da un plico di fogli tirò fuori il mio test. Guardai con magra soddisfazione il mio voto che recitava "Molto Bene". Firmando il mio libretto mi chiese:"Allora, è stato difficile?". Non ci pensai su molto, la troppa sincerità è un mio difetto; così rilasciai un secco "NO!". Lui mi fissava incredulo, con le orbite che scavalcavano i suoi occhiali appena appostati sulla punta del naso. Capiì che la risposta non era stata soddisfacente, allora cercai immediatamente di rimediare:"Però molto interessante!". Lui continuava a fissarmi da dietro gli occhiali, non scriveva più. Gli sorrisi imbarazzato, pensando "Che cazzo vuoi che ti dica??". Alla fine rilaciò un "GIA'" poco poco convinto e mi ridiede il libretto. Gli diedi la mano e capiì che ricambio riluttante. Poi usciì e raggiunsi il Max e andammo al baretto appena li fuori a completare l'opera della sera prima. CONCLUSIONI Ringraziamo Barbi, senza di lui l'idea del Licaonico non sarebbe mai venuta alla luce. Il nome Licaonico e il soggetto Licaonico è nato proprio dalle sue lezioni, ricordate? Barbi è il nostro maestro! P.S. Ogni riferimento a fatti e cose realmente esistenti è puramente casuale. Ceo & Max March 15 GrazieUn grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato ieri sera alla nostra cena licaonica...Un grazie dunque a: Enrico, Andrea, Martina, Max, Matteo, Chiara, Massi Ceo, Ortensia, Federica, Chiara, Sambu, Ste, Devid, Elena, Federica, Nila, Margherita, Paola, Francesco, Matteo, Alice, Erica e Chiara... Spero che vi siate tutti divertiti... Alla prossima, magari saremo più numerosi...
Paolo
P.S. Chiedo ufficialmente perdono ad ALICE per essere stato talmente ubriaco da confondere il suo nome... March 09 Il regno di LicaonContinua la saga a puntate del Regno di Licaon, questa volta verrà narrata... L’ORIGINE DEL POPOLO DI CEO IL BARBARO E DEL NOMADE POPOLO BELLICOSO
Tutto ebbe inizio in quelle terre, allora verdi pascoli incontaminati, infiniti orizzonti e sterminate valli, percorsi da fiumi impetuosi dove grassi buoi vi si abbeveravano e su mari di praterie si pascevano. Dove il vento soffiava placido senza mete precise e dove la quiete regnava su tutta quella meraviglia abbagliata dal sole, sulle sterminate foreste abitate da spiriti magici o da esseri dalle fattezze straordinarie, dove la natura regnava sovrana, dove gli uccelli solcavano il cielo descrivendo trame di leggerezza...Era forse il paradiso terrestre? Nirvana? No! Era il regno di Licaon. La chiamavano la terra dei sogni o, si dice, la culla degli angeli. Il regno di Licaon era da tempi immemori ripartito in otto parti, otto fazioni, otto regni, otto perle nella sabbia. Ognuna di esse era indipendente dalle altre ed ognuna di esse governata da un sovrano. Da secoli la pace regnava indomita su tutta Licaon, beata pace condivisa in otto parti uguali come una dolce torta. Popoli in comune accordo come da nessuna parte mai si era visto, perfino cani e gatti, su quelle terre sembravano aver appianato le loro divergenze. Ma tutto prima o poi deve finire: che sia pace o che sia guerra, l’amore o l’odio, la musica o il silenzio, la vita o la morte. Ora era la volta della pace. Sulla costa ovest del regno di Licaon, parte occupata dal popolo barbaro, la quiete stava per essere brutalmente frantumata dalla falce dell’odio. Dovete sapere che il popolo barbaro era da anni sotto il potere del grande capo Armoon Madar: uomo fiero e corretto, generoso e giusto con i meritevoli ma severo e terribile con gli ingiusti. Possente guerriero e ottimo oratore: merce assai rara tra quella gentaglia che formava il popolo barbaro, dedito alla violenza, avvezzo all’abuso di vino e birra, ignorante e blasfemo. Sotto la sua buona stella, il villaggio aveva trovato l’ordine, la via della prosperità, piegato i dissensi intestini. Erano insomma stati anni felici e prosperi: il villaggio si era allargato, i rapporti con gli altri popoli mai stati così sereni e fruttuosi, i bambini crescevano sotto ogni attenzione. Ma, purtroppo, Armoon Madar era ormai giunto al tramonto della vita, era malato, molto malato, debole e stanco, ormai sentiva che la sabbia della sua clessidra rilasciava gli ultimi grammi di esistenza. Sentiva, percepiva la morte ormai ad un passo, la sentiva che lo stava aspettando di lì a poco; Armoon Madar sapeva bene che non sarebbe mai arrivato a vedere l’alba del mattino seguente. Ma prima di morire doveva risolvere un problema, il grande problema che grava sulla responsabilità di ogni capo di ogni fazione, stato o setta che sia in tutto il mondo, dall’inizio dei tempi: il problema dell’eredità del potere. Agostino aveva due figli maschi, gemelli; i loro nomi erano Modonor il primo e Amulovar il secondo. Il primo, raggiunti i venti anni di età, ricordava molto il padre: era un gigante barbuto dai capelli lunghi, con occhi scuri e profondi, braccia e gambe possenti come tronchi di quercia. Modonor aveva la fama di essere come il padre anche per l’indole: egli non mancava mai di vestire i panni del paciere, di offrirsi per aiutare gli altri, di reprimere le controversie col dialogo piuttosto che con mazzate e sassate come era tradizione tra quel popolo scorbutico. Nelle sue vene scorreva a litri il senso della giustizia, Modonor era l’uomo giusto per l’eredità del potere, in quanto copia fedele del padre. Amulovar era l’altra faccia della medaglia: tra alcuni della sua gente era stato soprannominato (sottovoce) il “Cinghiale”, forse per la sua stazza rotonda o forse per il suo caratteraccio scorbutico tipici della razza porcina. Alcuni sostenevano che fosse pazzo, altri un deviato, altri ancora solo cattivo: tuttavia tutti quanti nel villaggio barbaro concordavano sul fatto che puzzasse come un barile di formaggio. Amulovar aveva pure le sembianze di un barile, con una lunga e folta chioma rossa, una grassa barba unta e due occhi bovini infossati tra le pieghe della faccia. Tuttavia vantava anche lui numerose simpatie tra il popolo. Arrivò quindi il giorno decisivo per il futuro del villaggio: il giorno in cui il prode Armoon Madar sarebbe morto, il giorno in cui sarebbe stato designato l’erede. Fu così che, sdraiato sul suo giaciglio di paglia, sfinito e moribondo, con un filo di voce ordinò ad un suo schiavo che fossero chiamati i due figli presso di lui. Modonor e Amulovar arrivarono da due direzioni diverse, il primo vestito con un bell’abito rosso, per rispetto del padre, il secondo mezzo nudo, con una specie di tunica sozza e sbrindellata, e si stava anche abbuffando con una enorme coscia di tacchino. Giunti in prossimità dell’entrata della casa del padre, si squadrarono biechi e con disprezzo (da parte di Modonor anche con un po’ di schifo). Modonor era conscio di essere il favorito mentre Amulovar, dall’alto della sua idiozia pensava anzi di esserlo lui: “Cedi il passo, mammola” esordì Amulovar azzannando un morso di tacchino, una goccia di unto si unì alle altre a inzuppare quella tunica lercia. “Non ci penso nemmeno, puzzone” ribattè fiero l’altro incrociando le braccia per accentuare la negazione. “Tanto il babbo deve lasciare a me il potere, siamo gemelli, ma io sono nato pochi secondi prima di te” dichiarò il Cinghiale. “Non sapresti nemmeno i grado di gestire un gregge di vacche storpie” rispose Amulovar mantenendo la posizione “sei inaffidabile, pazzo e per giunta puzzi!”. “Insolente bastardo, questa me la paghi” gridò minaccioso il Cinghiale brandendo l’osso di tacchino. Ma non fece in tempo a fare nulla perchè il veloce fratello era già entrato in casa e già si stava portando verso il giaciglio del padre. Amulovar gli teneva dietro con fatica sputazzando pezzi di tacchino. Entrarono evitando le cortesie e ignorando la servitù, cercando l’uno di arrivare prima dell’altro al cospetto del padre, provando a superarsi, sgambettandosi e spingendosi. Quando arrivarono davanti al giaciglio del padre si stavano scazzottando come due pugili mentre il vecchio, sconfortato da quella vista, rilasciò un ostentato colpo di tosse, che si tradusse in una possente scatarrata. I due gemelli mollarono la presa e Amulovar raccolse da terra il suo prezioso cibo che gli era caduto durante il conflitto, ricoperto di schifezze varie, ci soffiò sopra e riprese ad azzannarlo sotto lo sguardo attonito dei presenti: “Figli miei” disse il Armoon Madar con un filo di voce “sto morendo”. “Non dire così, padre. Il popolo ha bisogno della tua presenza per restare unito”. Disse Modonor. “Sbagli fratello: il vecchio sta schiattando e il popolo ha bisogno di un nuovo capo” disse Amulovar scagliando l’osso dalla finestra, qualcuno di sotto bestemmiò. Modonor lo guardò con odio: “Come ti permetti di parlare in quel modo a tuo padre moribondo?! Rimangiati subito quello che hai detto o io ti...” “Zitto, mammola” berciò il Gemello cattivo. “Zitti tutti e due!” cercò di gridare il vecchio. Atto che gli costò parecchi minuti di vita in meno “ho deciso: regnerete insieme, e ogni decisione dovrà essere concorde, altrimenti non si farà nulla”. I due fratelli si squadrarono: “Sono nato prima io” convenne Amulovar. “Sei ignorante e puzzi” convenne suo fratello gemello. “Siete gemelli!” disse Armoon Madar “nessuno dei due ha più diritti dell’altro: regnerete insieme e farete prosperare il villaggio come io vi ho insegnato. Così ho deciso e così si farà. Ora datevi la mano e lasciate che io lasci sereno questo mondo, sapendo che manterrete la pace. Promettetemelo”. I due contendenti, riluttanti si scambiarono la mano: “Lo prometto, padre. Farò il possibile e anche l’impossibile per mantenere la pace e la giustizia regnando con mio fratello” dichiarò Modonor. Amulovar bofonchiò qualcosa di incomprensibile, che fu comunque preso come una risposta positiva. Di lì a poco il padre piegò il capo verso sinistra, sorrise e chiuse gli occhi: Armoon Madar era morto e il villaggio barbaro aveva due eredi. Nei giorni seguenti furono fatti i funerali del defunto capo, secondo le antiche tradizioni barbare: una cerimonia blanda di fronte alla statua di Korinos, loro dio: un umanoide con le ali di condor e il becco di un’aquila. Seguirono due giorni di banchetti e sbornie gigantesche durante i quali furono sacrificati e consumati numerosi maiali, con botti di vino e birra. Il terzo giorno, infine furono nominati i due nuovi capi con una nuova cerimonia molto simile alla precedente e con la popolazione afflitta da pesanti postumi. Seguirono altri due giorni di baldoria. Quando tutti tornarono ai propri ranghi, dopo una settimana di cerimonie e banchetti, iniziarono i problemi: Amulovar, per dispetto negava il suo voto ad ogni proposta del fratello. Modonor, da sempre mite e cordiale era perennemente furioso. Amulovar mandava a rotoli l’economia del paese mentre Modonor faceva di tutto per salvare la situazione. Dopo sole tre settimane arrivarono alle mani. Dopo quattro settimane alle armi e Amulovar perse un orecchio e un servo la vita nel tentativo di separarli. Iniziarono l’uno a parlare male dell’altro alla gente, fornendo notizie false e talvolta aberranti. Aumentarono le scorrettezze e i dispetti reciproci: Modonor aveva pisciato nella minestra di Amulovar perchè quello gli aveva messo del purgante nella sua. Amulovar gli aveva tagliato i lacci della sella del cavallo perchè l’altro gli aveva scritto cose ignobili sul muro della sua stanza. Dopo un mese e mezzo il villaggio era ormai diviso in due fazioni più o meno equamente ripartite. Dopo due mesi venne eretto un muro che separava il villaggio in due parti. Dopo tre mesi iniziò la guerra civile. Gli uomini si lanciavano i sassi, si sfidavano a sanguinosi duelli e si insultavano pesantemente (i bersagli preferiti delle offese, anche all’epoca erano le madri). Le donne si tiravano i capelli, si graffiavano e si denigravano vicendevolmente. Dopo mesi di inutili battaglie e dispetti tra i due campi, che non avevano altro che portato alla morte di numerosissimi guerrieri e svariate mutilazioni, si dice che il saggio Modonor avesse deciso di porre fine a quella inconcludente ed eterna disputa con una sola e ultima sfida tra lui e l’odiato Amulovar. Fece così mandare un ambasciatore al campo delle truppe Amulovariane con una lettera, attraverso la quale lanciava i termini della tenzone. Ad Amulovar fu concesso di scegliere il tipo di sfida e il giorno nel quale si sarebbe svolta. Chi avesse perso la gara avrebbe dovuto abbandonare con la propria fazione quelle terre una volta per tutte. I vincitori avrebbero avuto il diritto assoluto su tutto il villaggio e su tutto il territorio barbaro. Infine, la lettera si chiudeva con la richiesta di Modonor che non fosse decapitato il portatore del messaggio. Il Cinghiale accettò la proposta, stanco anche lui dell’inutile strage e optò per una corsa sui muli (sport molto in voga a quei tempi) da svolgersi il pomeriggio del sabato di quella stessa settimana. Il messaggero fece ritorno presso il campo Modonoriano con tutti i suoi arti e riferì la risposta al suo capitano che accettò a sua volta di buon grado. Giunse così il fatidico giorno, alla fine del quale il territorio barbaro avrebbe avuto un solo re e la popolazione dimezzata. Le due fazioni si dettero appuntamento nella grande pianura che costeggiava il fiume: gli Amulovariani venivano da sinistra, gli altri dalla parte opposta. Tra le fila di entrambe le parti zoppicavano mutilati su stampelle, volti bruciacchiati, uomini senza braccia, alcuni senza orecchie, altri con la testa fasciata, altri semplicemente luridi; solo pochi tra loro raggiungevano il grado di presentabilità, e con molta fatica. I due capi gemelli si ritrovarono faccia a faccia, con ognuno i suoi uomini alle proprie spalle e ognuno con un mulo al guinzaglio: “Salve fratello” esordì Modonor cercando di essere accondiscendente ma non riuscendo a mascherare il suo disprezzo dal volto. “Non chiamarmi fratello” berciò Amulovar, che fece seguire la sua dichiarazione da un possente sputo che si infranse al suolo con non poco rumore. Decisero il percorso in quaranta Makùle (1 Makùla corrisponde a circa 90 metri), che si tradusse nel perimetro della radura. I vecchi presero posizione sulla vetta di una collinetta e si sedettero biascicando Kòmon (una specie di pane con l’uvetta) e fumando pipate di Lara Marla (una specie di marijuana). I moribondi presero posizione sul ciglio del fiume, altri lungo tutto il perimetro del percorso. Fu dato il via alla gara fra cori di incitamento avversi, grida, falsi allarmi di scorrettezze, qualche tafferuglio prematuro, bestemmie, rutti e canti popolari propiziatori dedicati a dei astrusi ipotetici portafortuna. Verso la metà del percorso i due muli correvano appaiati ma accadde un imprevisto: il mulo di Amulovar si piantò di punto in bianco nel terreno arrestando la propria corsa e facendo volare a terra il suo cavaliere. Seguirono attimi di silenzio mentre Modonor col suo mulo correva indisturbato verso la vittoria. Il Cinghiale si era rialzato imprecando come un demonio e osservava attonito il suo mulo, che rispondeva con lo sguardo ebete. La spiegazione di questo strano gesto da parte del quadrupede non si fece attendere: il mulo di Amulovar era in preda a un violento e inspiegabile attacco di diarrea e ci stava quasi lasciando le penne. I Modoroniani esultavano, gli Amulovariani imprecavano perfino contro Korinos. Modonor vinse la gara, vinse quella tanto agognata terra, vinse il villaggio e tutto ciò che c’era dentro. Fu così che Amulovar con la sua moltitudine cenciosa a seguito abbandonò il villaggio divenendo popolo nomade senza terra, bellicoso e pericoloso, che fra incessanti imprecazioni tipiche degli sconfitti sparirono verso sud. I vincitori diedero il via a una settimana consecutiva di festeggiamenti come non se ne erano mai viste in quel villaggio. Altri maiali furono sacrificati, così altre botti di vino e birra. Non fu mai chiaro del perchè il mulo di Amulovar soffrì di un attacco di diarrea in piena corsa; ma alcuni ipotizzano che fu merito dello scaltro Modonor, il quale nottetempo era riuscito ad infiltrarsi nel campo nemico e a mettere un purgante nella biada del ciuco, proprio come mesi prima aveva fatto nella minestra del fratello. Ad ogni modo l’ottavo giorno Modonor fu nominato capo assoluto e fu in quel momento che decise di essere conosciuto come “Cèo”, che in barbaro significa “colui che da terra e giustizia al suo popolo, trionfando sui nemici alle corse sui muli”. Vi sembra troppo lungo? Controllate sul dizionario barbaro-italiano. Ripristinò frettolosamente una costituzione che resse per molto tempo e che necessitò solo di qualche piccola modifica. Fu così che tornarono la pace e la prosperità nelle terre del nuovo sovrano Cèo. Ma una nuova minaccia incombeva su tutta Licaon, una minaccia che veniva da molto lontano, una minaccia che avrebbe chiamato in causa tutti i popoli di quella splendida terra, Cèo il barbaro compreso. March 06 Caro amicoLa vita fugge, et non s'arresta una hora, et la morte vien dietro a gran giornate, et le cose presenti et le passate mi danno guerra, et le future anchora; e'l rimembrare et l'aspettar m'accora, or quinci or quindi; sì che 'n veritate, se non ch'i' ò di me stesso pietate, i' sarei già di questi pensier' fora. Tornami avanti, s'alcun dolce mai ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte veggio al mio navigar turbati i venti; veggio fortuna in porto, et stanco omai il mio nocchier, et rotte arbore et sarte, e i lumi bei che mirar soglio, spenti. Tranquilli, non voglio farvi credere che sia mia, e so bene che la conoscete tutti. L'ho scritta sul blog perchè ho dovuto, perchè credo che anche voi nei momenti tristi, nei momenti in cui la malinconia è sovrana, nei momenti in cui tutto è grigio, nei momenti in cui le emozioni rodono la mente, nei momenti in cui il confidarci con qualcuno risulterebbe soltanto una pallida e impotente esposizione dei mostri che ci dilaniano; credo che anche voi, in questi momenti, cerchiate conforto, comprensione e rifugio in chi abbia vissuto le vostre medesime sensazioni; nelle pagine dei poeti. Non so perchè la cosa mi sia d'aiuto, forse perchè mi piace l'idea che anche dei grandi ingegni possano venire intrappolati dai miei stessi sentimenti; forse perchè così facendo incontro animi di immensa sensibilità, animi che avrebbero saputo leggermi dentro con un singolo sguardo; forse perchè trovo descritte, con parole che io non potrei mai usare, le angoscie, le frustrazioni e (perchè no) le gioie che provo.O forse perchè, mentre leggo, la mente si stacca da questa terra, dimentica le proprie ansie e cullata dalla musica dei versi si ritrova immersa in un vortice di luce, in un mare di dolcezza, in un quadro di suoni paradisiaci; entra in contatto con tutti gli uomini di tutte le ere, e sa di non essere sola. Leggendo oggi questo sonetto, non ho potuto fare a meno di emozionarmi, di pensare, di riflettere, di scrivere. Max |
|
|