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    April 14

    I Racconti dal Baretto

    Ci sono tre regole: 1. c'è sempre una vittima
    2. cerca di non essere tu
    3. non dimenticare la regola 2


                                                                   Efraim
    Medina Reyes
     
    1. SALSA DI OSTRICHE

     

     

    Ricordo bene quella sera, e come potrei mai dimenticare... Era gennaio di un paio di anni fa e faceva piuttosto freddo. Ancor meglio era un mercoledì e mi stavo recando ad una cena in una osteria con alcuni colleghi di lavoro. Mi trovavo in macchina e mi stavo dirigendo verso ovest di Verona, non ricordo esattamente in quale paese, ma poco importa. Ero arrivato più o meno a metà strada quando accadde che non vidi una buca grossa quanto un canyon nel bel mezzo della mia corsia e ci finii giusto dentro con la ruota davanti destra. Il fatto che non mi accorsi di una buca così grossa era attribuibile a due cause fondamentalmente: primo, in quel momento mi stavo accendendo una sigaretta. Secondo, i fari della mia auto fanno meno luce di una lucciola morta. Ci fu immediatamente un esplosione breve e sorda che udii nonostante la musica alta che invadeva l’interno della mia macchina. Bestemmiai istericamente come prima reazione da buon veronese e penso che anche il mio impropero si sia sentito per parecchie decine di metri nel circondario, sovrastando la musica. Scesi dall’auto dopo avere accostato pensando a cose poco carine da ripetere. Mi guardai intorno: ero in uno di quei paesini piccoli piccoli di come ce ne sono a decine nella provincia veronese, un paesino come tanti, forse una contrada. Qualche gruppo di case, una cabina telefonica, un bar e un negozio di ferramenta erano le costruzioni che riuscii a distinguere nelle immediate vicinanze; poi la strada proseguiva oltre inghiottita dal buio. Girai intorno all’auto e constatai l’entità del danno e subito cominciai a cercare gli attrezzi per ripararlo. Fui costretto nuovamente a rivolgermi verso il cielo in modo poco elegante, quando mi accorsi che  nessun orifizio della mia auto conteneva un cric e nessuna chiave inglese. Così presi il telefono e chiamai mio padre per chiedere se mi poteva portare gli attrezzi, lui mi rispose che sarebbe venuto ma in non meno di mezzora. Riagganciai il telefono e fu lì che decisi che avrei passato quella mezzora in quel baretto dall’altra parte della strada. Avvisati i colleghi del mio ritardo mi avvicinai alla meta esortato anche dal freddo pungente che da qualche minuto mi si inerpicava sulla schiena, avvinghiandosi alle ossa in un lugubre abbraccio. Aprii la porta a vetri ed entrai. Alla porta era applicato uno di quegli aggeggi a campanelli che fanno un casino fastidioso solo quando sono sfiorati. Entrai con veemenza e le campanelline tentennarono furiosamente. L’attenzione dei presenti si spostò immediatamente su di me: c’erano due vecchi in un angolo intenti a spogliare donnine con il video poker, un paio di neri sbronzi, due vecchie che si affrontavano in una partita a briscola che somigliava più a una guerra che a una partita a carte e un barista dall’aria suicida che sfogliava una rivista di auto. Dopo che mi fu dedicata una fugace occhiata indagatoria da parte di tutti, ognuno tornò alla propria attività. Il barista depose la sua rivista di malavoglia e mi salutò farfugliando qualcosa tipo “’alve”, quasi gli avessi fatto un dispetto ad essere un suo cliente. Ordinai una birra e mi sedetti nel tavolo accanto alle due vecchie che giocavano a carte dopo essermi appropriato della gazzetta. Il barista dall’aria suicida si affrettò a portarmi la birra e a tornare alla sua rivista. Una delle due vecchie sbattè una carta su tavolo gridando “ciàpa”, l’atra la imitò con un velo di soddisfazione negli occhi gridando “vaatortelaindelcul”: in effetti aveva fatto una mano da venti punti. I due vecchi al video\porno\poker ridevano sporadicamente e ordinavano vino in quantità industriali, tanto che a breve il barista si convinse a lasciare loro la bottiglia. Queste scene continuarono a ripetersi per una decina di minuti, fino a quando le campanelline sulla porta tentennarono nuovamente e tutti si giraronoin direzione dell’entrata. Entrò un vecchio vestito di cenci varianti dal marrone al verde scuro, il viso smunto e consumato, bianco come la farina, magro come un palo della luce e dai capelli e la barba lunghi e bigi: uno spettro? In una delle due mani reggeva un sacchetto di plastica giallo che sembrava pieno di cose vetrose che si sentivano cozzare tra loro di tanto in tanto. Il vecchio dall’aspetto antico fece alcuni passi in direzione del bancone barcollando e reggendosi in piedi a fatica, palesando uno stato di ebbrezza all’ultimo stadio: uno spettro ubriaco? Ordinò del vino arrampicandosi su uno sgabello altissimo e in soli due minuti vi si appollaiò sopra come un vecchio pappagallo stanco e depresso su un trespolo. Passarono altri cinque minuti, il vecchio pappagallo ordinò un altro bicchiere. Il barista chiese se aveva i soldi per pagare, il vecchio rispose di no e il barista gli negò il goccio. Allora il vecchio restò a contemplare tristemente il suo bicchiere vuoto. Mio padre sarebbe arrivato a breve, così finii la gazzetta e la birra e mi misi fabbricarmi una sigaretta. Notai che il vecchio mi scrutava dal suo trespolo con estremo interesse, forse incuriosito da quella che doveva essere una cosa nuova in quel paesino sperduto. Leccai la cartina e raccolsi le mie cose, pagai la birra e uscii dal locale; notai che il vecchio era sceso dallo sgabello e che mi stava seguendo fuori. Mi accesi la sigaretta e mi accinsi ad attraversare la strada per raggiungere il mio mezzo in panne, quando sentii di nuovo il suono delle campanelline che fu immediatamente seguito da un grido sofferto e tremolante: “Aspetta, ragazzo!” mi disse il vecchio spettro che si era fermato appena fuori dalla porta. Aveva una voce strana, così cavernosa e cupa che pareva provenire da lontano. Andai verso di lui- “Che c’è?!”- gli chiesi. “Ragazzo”- disse- “non avresti del tabacco per questo povero vecchio?”. Sfilai la busta dalla tasca della giacca e gli donai un mucchietto di tabacco con cinque o sei cartine. Il suo viso parve illuminarsi, dal momento in cui sembrava avere tra le mani un tesoro assai raro e prezioso. Mi sorrise con tanta felicità e con così pochi denti che non potei fare a meno di ricambiare. Lo salutai e tornai sui miei passi, ma di nuovo lo spettro mi richiamò indietro. “Aspetta, ragazzo”. Di nuovo tornai da lui e di nuovo gli chiesi “Che c’è?”. “Ragazzo”- disse con affanno- “avresti un paio di monete per un povero vecchio?”. Gli elargii un paio di euro e il suo viso divenne più radioso che mai, ora era uno spettro sbronzo e felice. Di nuovo lo salutai e mi voltai per andarmene, ma lui mi teneva per un braccio. “Aspetta, ragazzo. La tua generosità va ricambiata” dichiarò. “Non è necessario” gli risposi. “Nient’affatto” ribadì lui. Iniziò a rimestare nel suo sacchetto giallo ansimando affannosamente come se stesse cercando una cosa tra decine e decine di oggetti. Alla fine tirò fuori una bottiglietta nera con il tappo bianco e me la porse sorridendo: “Che cos’è?” gli domandai incuriosito. “Salsa di ostriche” rispose. Poi tirò un lungo sospiro e continuò- “è magica!” dichiarò enfatico. Seguirono alcuni secondi di silenzio durante i quali ci guardammo negli occhi. “Questo è andato” pensai senza ombra di dubbio. Poi sentii il dovere di interrompere quell’ imbarazzante silenzio “Davvero? E come funziona?” chiesi fingendomi interessato. “Puoi usarla solo una volta. Se ti trovi nei guai, bevi un sorso e grida ‘Kamalà’ e ti trarrai d’impiccio. Ma ci devi credere, devi essere convinto nel momento in cui la userai, altrimenti non funzionerà. Devi avere fiducia, ragazzo”. “Certo”- mi affrettai a dire- “la ringrazio signor…”. “Aldo”- continuò lui porgendomi la mano. Ricambiai mano e nome e mi congedai tra i suoi ringraziamenti. Lui si allontanò in senso opposto al mio e montò su una antiquata bicicletta. Lo osservai pedalare giù per una via fino a quando sparì oltre l’angolo. Guardai la bottiglietta, riportava la data di scadenza che si riferiva a Giugno dell’anno appena trascorso, mi venne da ridere su quella situazione assurda. Ad ogni modo mio padre arrivò di lì a poco con gli strumenti e cambiai in un momento la ruota. Eseguite le operazioni, lui risalì nella sua auto, io nella mia e le nostre strade si separarono, io verso l’osteria, lui verso casa. Raggiunsi a breve i miei compari commensali, e tra un bicchiere e una bistecca raccontai loro l’incredibile storia che mi era appena accaduta a qualche chilometro da lì: fui costretto a mostrare loro la bottiglia affinché mi credessero. La serata trascorse e il mio aneddoto divenne uno tra tanti, così dimenticai quella faccenda e non ci pensai più. Come ogni volta che si usciva tra colleghi, si finiva col risultare notevolmente ubriachi dopo qualche ora. Arrivò il momento di salutarci quando l’orologio segnava le due, tutti tornarono alle loro auto più o meno dignitosamente. Io salii sulla mia, accesi sigaretta e motore e partii alla volta di casa. Ripassai davanti a quel baretto che era chiuso con la saracinesca. Ero a soli cinque chilometri da casa quando incappai in uno di quegli odiosi posti di blocco degli sbirri subito dopo una curva (bastardi). Osservai la paletta con disperazione e in quel frangente fui vittima di visioni: vidi la mia patente salire verso il paradiso con alucce angeliche. Vidi mio padre che mi inseguiva con il cric. Vidi il mio cadavere con la testa sfondata riverso in un fosso. Vidi i miei colleghi che mi sfottevano vedendomi arrivare al lavoro su un triciclo e vidi me stesso ai laboratori statali di analisi del sangue. I bastardi erano in due, uno grasso e uno magro. Stanlio e Ollio. “Patente e libretto” esordì quello magro. Gli consegnai i documenti mentre due sole parole risuonavano come una preghiera nella mia mente: “NO ALCOLTEST, NO ALCOLTEST, NO ALCOLTEST,..”. “Dovremmo sottoporla all’alcoltest” disse quello grasso. “Merda” pensai io “è fatta, è stato bello finchè è durato”. Stavo per scendere quando vidi ai piedi del sedile destro la bottiglietta di succo di ostriche. Nonostante la tragicità della situazione mi venne da ridere, così l’afferrai e svitai il tappo senza pensare. Stavo per berne un sorso quando lo sbirro mi richiamò “Cosa sta cercando di fare? Cosa sta bevendo?”. Lo guardai sorridendo:”Salsa di ostriche”dichiarai. Mi guardò stralunato con lo sguardo interrogativo. “Funzionera perdio! Deve funzionare!” pensai “Funzionerà!”. Ingollai un lungo sorso, era terribile. Puzzolente, avariata, acida e con forte retrogusto amaro. “KAMALA’” gridai. “Prego?” disse lo sbirro. “KAMALA’” gridai di nuovo. “Cosa sta cercando di dimostrare?” chiese l’altro. Passarono pochi e interminabili secondi. Tutto a un tratto l’auto dei carabinieri si accese da sola, si udirono alcuni colpi di acceleratore, poi partì a tutta velocità senza nessuno alla guida inchiodando a una decina di metri da lì. Io e i due sbirri osservavamo la scena attoniti. “Cosa diavolo ha fatto?” mi urlò lo sbirro grasso. “Magia nera” disse quello magro. “Io non ho visto nulla” dichiarai. Mentre dicevo questo, l’auto percorse un’altra decina di metri. Gli sbirri si gettarono all’inseguimento e l’auto sembrava prendersi gioco di loro: appena si avvicinavano, quella ripartiva sgommando fermandosi poco più in là.

    Io ridevo come un neonato osservando più incredulo di loro la scena dalla mia macchina. “Hey!” gridai loro ”posso andare?” Ma ormai erano tanto lontani che non distinguevo più nemmeno i fari dell’auto fantasma e nemmeno i luccichii delle divise. Si dice che “chi tace consente”, così accesi l’auto e ripartii raggiungendo casa a breve. Quando il giorno dopo tornai al lavoro e lo raccontai ai colleghi non mi credettero e ci ridemmo sopra. Quando tornai a quel bar per chiedere del signor Aldo mi dissero che anche loro era la prima volta che lo vedevano da quelle parti, non lo rividi mai più. Però conservo ancora quella misteriosa bottiglietta su una mensola, così per ricordare di quella volta che fregai gli sbirri con la salsa di ostriche e una strana parola che, a quanto pare, magica lo era davvero…

     

    By Massi "Ceo"

    April 04

    …all the way down the “alcoholic” road

    Antefatti (per chi non ci fosse stato alla festa del CEO)

     

    Arrivati a casa del Massi (ovvero il Ceo, detto anche Massi Merda), siamo stati accolti da un’ondata di spritz fatto dall’impeccabile Mija che evidentemente non ha mai sentito parlare della ricetta veneziana che prevede di aggiungere dell’acqua all’aperitivo più famoso dei butei. Il risultato è presto detto…la bevanda era composta al 98% da vino bianco. Ovviamente presi dalla sete e non sapendo bene che fare ci siamo gettati nell’alcolico “lago rosso” nell’attesa di mettere qualcosa sotto i denti. Personalmente credo di aver bevuto tra i 3 e i 4 bicchieri di spritz prima di aggredire le patatine. Tra una canzone e l’altra finalmente il Ceo, mastro fogàr della serata, annuncia che è pronto e ci accomodiamo in taverna, già visibilmente brilli… E’ inutile dire che la serata è continuata a suon di vino e birra e già alle 23.00 le mie condizioni non erano certamente invidiabili… Non ricordo bene tutto quello che ho detto o fatto (a parte le foto che ho continuato a fare fino a quando non ho riempito la scheda di memoria) ma alle 23.30 prendo la decisione di lasciare la festa prima di lasciarci l’anima…e non solo quella…A mia madre serve la macchina domani mattina ed io devo riportarla a casa solo questo mi ripeto…

     

    Primo problema…Ho preso tutto? Mi accorgo di aver dimenticato presso il camino la custodia della digitale, ovviamente vado a prenderla sempre con un equilibrio che precario è dir poco. Accarezzo un po’ i cagnolini che pigramente sono accovacciati sul divano ma essi, probabilmente schifati, se ne vanno subito. Vabbè…tornando giù ovviamente scivolo per le scale…Dopo alcune perquisizioni mi accorgo di avere tutto, saluto i butei che nel frattempo si erano spostati nella “sala prove” e poi mi dirigo verso la macchina. Non mi soffermerò su quante mosse ho dovuto compiere per infilare la chiave nella portiera della macchina…vi dirò solo che dopo essermi accomodato in cabina ho fatto tre respiri profondi dopo aver visto la mia immagine riflessa sullo specchietto retrovisore, “qui se torno a casa è un miracolo” ricordo di aver pensato. Faccio manovra per uscire, decisamente troppo veloce la manovra, troppo lento il mio piede ad azionare il freno. “Cominciamo bene” dico a me stesso mentre aspetto la Ale che mi urla “aspettami!” nel frattempo mento in bocca due fisherman per limitare un po’ la nausea che già invade la mia testa. Partiamo, non so quanto ringraziare Alessia per le benedette quattro frecce che mi fa prima dell’incrocio per Verona, (dovete sapere infatti che precedentemente ci eravamo accordati su questo stratagemma.) è solo grazie a quelle che il mio cervello si ricorda di dover girare a sinistra in direzione Verona.

     

    Sono solo ora, inizia l’epopea.

     

    La strada è buia, decido di accendere anche i fari antinebbia per aumentare la visibilità della strada, forse il mio cervello lavorerà ad una velocità accettabile se si accorgerà dei pericoli… Le strade della bassa sono un continuo di curve e se ciò non bastasse presentano un fastidioso fosso proprio sul ciglio della strada dove spesso auto e moto cadono con non poche conseguenze per i guidatori… Mentre penso tutto questo cerco di dosare la velocità, il mio piede destro, senza che me ne accorga, è quasi bloccato, osservo sul display la mia velocità: 70 km/h. Beh dai pensavo di essere più veloce…speriamo che sia sufficiente per non essere beccato da qualche volante.

    Per mia fortuna incrocio poche auto sulla strada praticamente deserta…nel frattempo osservo, per quanto mi consente la vista annebbiata dal sonno e dall’alcool, le tabelle che mi informano dei paesi prossimi…Arrivato a Vigasio mi sento già meglio, significa che sono sulla strada giusta. Proseguo sempre a 70 Km orari tra le curve e le buche che ovviamente non riesco ad evitare. Non so dirvi dopo quanto tempo ma vedo il cartello con la scritta “VERONA” capeggiare in alto, tiro un altro sospiro di sollievo. Nel frattempo cerco di mantenere attivo il cervello continuando a ripetermi “non mollare adesso” e “ora cerchiamo di non perderci andando verso il centro”. Mentre mi ripeto queste cose vedo un semaforo, c’è una piccola cosa per girare a sinistra mentre la strada è libera per la direzione dritta. Mi accorgo troppo tardi, perché il cervello possa reagire, che stavo andando nella direzione sbagliata… Mestamente vedo il semaforo sempre più vicino ma non faccio nulla per cambiare direzione. Fantastico! Sono ubriaco in strade che non conosco e per di più ho cannato direzione. Cerco di valutare come poter tornare indietro: l’opzione “inversione” viene scartata all’istante. Mi avvedo che due auto girano a sinistra…mi dico “boh, prova a seguire la massa mantenendo una direzione approssimativa”. I minuti che seguono mi vedono nel panico perché vi giuro che non avevo idea di dove fossi esattamente né dove diavolo stessi andando. La strada nel frattempo si allarga, mentre spuntano qua e là prostitute che mi fanno segni decisamente inequivocabili. Cerco di non distrarre la mia attenzione dalla strada, cerco disperatamente, infatti, punti di riferimento. Ad un certo punto vedo la scritta “VIA ROVEGGIA”, sono quasi salvo! Conosco infatti l’ubicazione di questa via ma essa è molto lunga e non so ancora esattamente dove sono. I minuti trascorrono, non so dirvi se veloci o lenti, ma la strada comincia ad essere familiare dato che è esattamente quella che faccio per andare a casa di Elena (la mia morosa). Super sospiro di sollievo e pian piano imbocco la tangenziale; ora il problema è la benzina che comincia pericolosamente a scarseggiare (almeno così dice il cervello) quindi inizio a cercare una stazione di servizio. Entro in quella della Q8, esco e cerco di far funzionare il maledetto erogatore della benzina ma non vuole saperne di accettare i miei 10 euro…Stronzo! Provo e riprovo ma non c’è niente da fare. Il freddo comincia a farsi sentire nonostante tutto l’alcool che mi viaggia nelle vene. Mi arrendo, riprendo la marcia in direzione di casa mentre valuto altre possibilità per rifornire. Dopo alcuni km mi appare una stazione di servizio della Esso, mi ci infilo e ricomincio la lotta con l’erogatore… Dopo vari tentativi lo stronzetto si decide ad accettare i miei 10 euro ma quando faccio per selezionare la pompa il display mi dice che devo rifornire alla numero 10 che ovviamente non è quella dove mi trovo. Panico! Mi aggiro per l’area di servizio cercando il dannatissimo numero 10 ma non lo trovo il maledetto! Sconfortato torno verso l’auto quando mi accorgo che il 10 è proprio la pompa dietro la mia. Rifornisco finalmente e galvanizzato faccio per risedermi in auto quando mi prende un colpo di stanchezza o non so che cosa fatto sta che casco come un sasso verso l’interno dell’auto. Tutto bene se non fosse che sulla strada del mio corpo verso il sedile c’è lo spigolo della portiera che mi prende proprio sopra il collo, dietro l’orecchio sinistro. Tra mille colorite bestemmie riprendo la marcia verso casa. Ovviamente le ultime curve sono sempre le più difficili perché non devi perdere la concentrazione nella credenza di essere già arrivato. Parcheggio l’auto con una perfetta manovra ad S che mi lascia interdetto. Apro il cancelletto, piscio nel giardino di casa (lo so non è molto fine ma non resistevo più!) ed entro in casa dopo circa un’ora di viaggio. Ovviamente saluto affettuosamente il mio cane (altrimenti si offenderebbe) e mi fiondo a letto per dar finalmente spazio al sonno alcolico.

     

    Epilogo

     

    Il Day After è stato tutto sommato accettabile visto che non ho dato di corpo ma durante tutta la mattina ho sofferto della più classica delle nausee e del forte mal di testa per non parlare della botta dietro l’orecchio che non mi permette tuttora di girare troppo la testa verso destra…

     

     

    By Paolo

     

    P.S. il colore è in "onore" dello Spritz vero protagonista della serata!