Licaonici's profileI LicaoniciPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
July 31 La corsa dei cretini. Il catena
Continua dall’8 luglio LA CORSA DEI CRETINI
Il Catena
Catena camminava ormai da almeno cinque chilometri e si sentiva esausto. Aveva trovato quasi subito e per caso una strada che conduceva a Mantova. Una normale strada asfaltata piuttosto grande, che costeggiava un fiume piuttosto grande e il tutto era piuttosto buio, eccetto qualche sporadico lampione (piuttosto opaco). Aveva scoperto da soli due chilometri di avere in tasca un i-pod e un pacchetto di sigarette. Così trascinava le sue ossa esauste lungo la strada, spettrale nella sua magrezza, accentuata dai galloni di sudore perso nella marcia e dalla sete che lo bruciava dall’interno con il rum. Con i Nirvana nelle orecchie e una Malboro tra le labbra, e un principio di disidratazione che iniziava a farlo sentire strano. Aveva una fame allucinante e una sete accecante. La gola arsa e la pressione sottoterra. Sentiva le vene vuote, la testa leggera e aveva il pisello rattrappito. La fame chimica gli consumava lo stomaco che a colpi sembrava stesse urlando. Stava ora ascoltando Jesus don’t want me for a sumbeam, mentre sentiva le ultime forze residue scivolargli dalle dita, quando scorse una scritta luminosa a qualche decina di metri da lui. Aguzzò la vista cercando di mettere a fuoco, mentre passo dopo passo si avvicinava sempre di più. Poco a poco la scritta da confusa divenne più chiara, il ronzio più continuo e definito. Riuscì a distinguere le scritte rosse, poi un disegno che pareva un favo di api con accanto un tizio vestito di bianco tutto sorridente. Un ronzio si diffondeva tutto intorno, come di un motore che fatica ad avviarsi. Poi capì di cosa si trattava, si assicurò che non fosse un miraggio. Si strofinò gli occhi dieci volte, abbozzò un sorriso, si frusciò le mani come Monty Burns, esclamò “eccellente” (lapsus freudiano), si leccò i baffi e iniziò a correre e correre e correre; verso il baracchino del Dooner Kebab sul ciglio della strada. Arrivò trafelato sbattendo le mani sul vetro del furgoncino annunciandosi con un frettoloso “buonasera”. Il gestore della kebabberia ambulante era un turco enorme, che trasudava fiducia culinaria da tutti i suoi rotoli e da tutte le macchie di unto che gli tappezzavano il grembiule. Un paio di baffoni celavano un sorriso abbagliante e le sue braccia possenti reggevano una sciabola con la quale affettava chili di carne gustosa. Catena già sbavava sul vetro mangiandosi quasi con gli occhi tutte quelle salse mentre la luce che emetteva il forno incandescente illuminava la sua faccia da pazzo in estasi. Tutto era così magico e incredibile, come in una storia d’amore che comincia. “Kebab, signore?” ruppe il ghiaccio il turco gigante. “Ok amico mio” disse Catena perdendo bava dai lati della bocca “apri bene le orecchie: prendi il pane più grande che hai, sbattici dentro un animale intero e una piantagione di pomodori e patate, affoga tutto con tutte le salse che hai e che signore nostro Dio benedica la Turchia”.Prese fiato massaggiandosi la pancia “Vorrei anche una birretta ghiacciata” aggiunse. Il turco sorrise perplesso, quasi di circostanza, si girò e gli passò la birra ghiacciata; poi iniziò finalmente a lavorare. L’attesa fu ardua: il profumo di carne gli lo stava inebriando passando dal naso fino al cervello e gli inebetiva la materia grigia facendolo precipitare in uno stato di semi incoscienza, la saliva gli inondava la bocca e faticava a contenerla mentre già pregustava il sapore della pietanza sognando di addentarla. Arrivò il kebab. Il turco glielo porgeva con entrambe le mani dall’alto del suo altare di vetro e la luce dal faretto appeso sopra la sua testa gli conferiva un’aria quasi mistica, tanto che Catena pensò di avere a che fare con un santo. Fu così che San Turco gli augurò buon appetito. Aveva così tanto bisogno di cibo che, nonostante il panino carnoso fosse grande come una portaerei, lo divorò in tre soli morsi. L’ultimo pezzo se lo ficcò in bocca con le dita, sotto lo sguardo quasi inorridito del gestore. Deglutì l’ultimo boccone dopo due minuti di masticazione affannosa, trangugiò la birra in un solo sorso e liberò un rutto fragoroso: un autentico boato che spettinò il riporto del turco e che schiarì il cielo, fece emigrare uno stormo d’uccelli fuori stagione e fece registrare un terremoto di grado due della scala Mercalli. Poi si pulì elegantemente la bocca con un fazzolettino, quindi tornò a rivolgersi al suo salvatore: “Ottimo l’antipasto, mi sento proprio meglio: me ne faresti un’altro per favore? (rutto) Oh, e un’altra birretta per favore” aggiunse. Il turco strabuzzò gli occhi ed eseguì per la seconda volta. La scena si ripetè per ben cinque volte in totale, rutti compresi. L’ultimo di questi costrinse una famiglia di pantegane che abitava in riva il fiume ad abbandonare la zona. Non fu certo impresa facile ingurgitare cinque kebab, probabilmente unica nel genere e considerabile da guinnes dei primati. Come ogni cosa estrema, comportò scompensi fisici al povero Catena, che alla fine del quinto fu vittima di fantastiche allucinazioni e gravi crampi all’intestino. Vedeva il cielo giallo e il fiume arancione, la strada sembrava un serpente a sonagli e gli alberi dei grossi ceri da cattedrale. Ora se ne stava svaccato sulla panchina, le mani sulla pancia, la cintura slacciata e i capelli tutti spettinati. Osservava con sguardo sognante tutte quelle meraviglie colorate che lo circondavano: “Tutto bene, signore?” chiese il turco che iniziava a preoccuparsi. Ruben si voltò con lentezza surreale verso il suo interlocutore, che ora era ai suoi occhi un’ enorme tacchino. Ruben sorrise per la comicità dell’allucinazione e rispose con la calma di un saggio cinese: “Si signor tacchino: ho mangiato come un re e sono così pieno che sento di poter partorire da un momento all’altro”. Restò così per alcuni minuti, osservando tutte quelle meraviglie che vedeva e ascoltando i lamenti strazianti del suo stomaco, che giungevano alle sue orecchie come una splendida canzone al pianoforte. Poi sentì uno strano rumore, un rumore che era in disarmonia con tutto il resto, rumore di frastagli, di rami spezzati e di erba strappata. Poi giunse chiara e tonda una bestemmia. Intuì che proveniva dal fiume, così rivolse la sua attenzione da quella parte. Poi accadde qualcosa di molto insolito: un cane enorme aveva appena risalito l’argine e in bocca teneva qualcosa che non si riusciva a distinguere. Si fermò sul ciglio della strada, depositò l’oggetto a terra, si scrollò di dosso l’acqua come solo i cani sanno fare e si sedette a riprendere fiato con la lingua a penzoloni, che sembrava una fetta di prosciutto cotto. Dopo un minuto un uomo seguiva le orme del cane risalendo dall’argine imprecando. In testa aveva una parrucca di alghe ed era cosparso di fanghiglia oltre che zuppo di acqua. Nell’aria si diffuse un tenue odore di sterco equino. L’essere si liberò a breve di tutte le schifezze che gli coprivano il corpo rivelando la sua identità: il Bomba si scambiò sguardi straniti con gli altri esseri umani presenti, i quali ricambiavano attoniti con non meno stupore. Al cane dedicò una feroce occhiataccia. Si sedette a terra stanco morto senza dire nulla: “Che cazzo facevi nel fiume?” mormorò il Catena. “Troppo lunga da spiegare, ma quello stronzo di cane m’ha fregato lo specchietto”. Il cane abbaiò e al Catena venne da ridere, ma fu costretto a trattenersi per non vomitare. “E tu che cazzo stai facendo? Hai la faccia strana... Stai bene?”. “Quel pazzo ha mangiato 5 kebab” intervenne il turco con la sua voce altisonante “Lui in trance adesso”. Il Bomba non sembrava scosso, stava pensando al cane. Provò ad avvicinarsi alla bestia, che appena vide il nemico avanzare, riprese lo specchietto in bocca e si allontanò di qualche passo. “Offrigli un Kebab” suggerì il Catena divertito dalla scena “magari lo corrompi”. Il Bomba prese buona l’idea e ne ordinò due: uno per lui e uno per la bestia, che nel frattempo era tornata a riposo un po’ più lontano. San Turco lavorò sodo e in poco tempo porse i panini al Bomba. Afferrò della carne con le mani e si rivolse al cane: “Mangia stronzo” gli gridò lanciando un pezzo di carne. Il cane si mosse verso il pezzo e lo ingoiò veloce come una rana l’insetto. Poi scodinzolò guardando il Bomba con la faccia da deficiente. Pezzo dopo pezzo riuscì ad allontanarlo dallo specchietto e a farlo avvicinare al fiume: quando fu sull’argine, il Bomba lanciò una grossa manciata di carne in acqua. La bestia lo guardò indeciso, lanciò un’occhiata furtiva allo specchietto, prese la rincorsa e si tuffò nel fiume...PLUFF. Il Bomba si sedette poi vicino all’amico ansimante per mangiare il suo kebab: “Tu cosa hai fatto fino adesso?”. Il Catena tirò faticosamente il fiato: “Mangiato” riuscì a dire “Molto produttivo” convenne il Bomba “Devo andare, da che parte è Mantova?” “Non te lo dico” riuscì a dire il Catena, ogni parola che pronunciava minacciava di ucciderlo “Perchè puzzi di letame?” “Lunga da spiegare e poco importa”. Allora si rivolse al Turco “Amico, da che parte per Mantova?”. Il Turco indicò la strada e il Bomba si alzò: “Ci vediamo vecchio mio, vado a vincere la gara”. “Fottiti” sbuffò il Catena “Ti manca ancora l’abito da sera, voglio proprio vedere...”. L’amico Stava per rispondere, ma si interruppe udendo il rumore di un’auto che avanzava nella loro direzione. Aveva i lampeggianti accesi, le sirene spiegate e la scritta “carabinieri” su un lato. La videro sfilare davanti ai loro occhi come una modella svedese, ma non restarono ammaliati dalla bellezza, bensì dalla persona che c’erano al suo interno: sul sedile posteriore c’era il Certo, che dal finestrino cercava di attirare la loro attenzione. “Hai visto anche tu?” chiese il Bomba incredulo all’amico. “Perchè gli sbirri hanno preso il Certo?” chiese il Catena all’amico. Non volarono risposte. Pertanto il Bomba salutò l’amico che a malapena riuscì a sollevare il braccio per salutarlo. Il Bomba imbracciò lo specchietto che gli era costato sette fatiche e si incamminò verso la città, lasciando dietro di se peste umide, pezzi di alga e, ovviamente, una scia di odore da stalla. Restarono soli il Turco nel suo baracchino che puliva i ferri del mestiere, e il Ruben in stato comatoso appollaiato sulla panchina. Quest’ultimo restò pensoso sul da farsi, era ancora in alto mare e in più impossibilitato nel movimento: serviva un’idea al più presto, un’idea per liberarsi della zavorra intestinale e arrivare a Mantova al più presto possibile. Ci vollero pochi minuti, e partorì un pensiero bizzarro come un racconto di Bukowsky. Sorrise maliziosamente sulla sua idea geniale. Così prese il telefono cellulare e digitò il 118. Rispose una donna dalla voce stanca, gli segnalò la sua posizione e gli descrisse il suo male come “indigestione”. L’ambulanza arrivò di lì a poco. Salutò il Turco, che gli augurò buona fortuna. I due infermieri della croce rossa lo aiutarono a salire a bordo dell’ambulanza per portarlo all’ospedale di Mantova. Il mezzo fece inversione a u, fischiarono le gomme, strillò la sirena e sparì oltre una curva a s.
-------------------------------------------------------------------- Intermezzo 2: potenziali criminali sospetti
La radio gracchiò di nuovo: “centrale chiama pattuglia 27\bis” “Pattuglia 27\bis” in ascolto rispose l’agente Esposito “abbiamo arrestato un sospetto che si aggirava in stato di ebbrezza in un vigneto, corrisponde alla fotografia ed era privo di documenti, lo stiamo portando alla centrale in questo momento. Dell’ostaggio nessuna traccia, ma lo faremo parlare questo bastardo che se la prende coi bambini. Passo”. “Ben Fatto pattuglia lanciacaccole, bel lavoro! Attendiamo. Passo e chiudo”. “Fottiti” stava per rispondere l’agente Di Gennaro, ma fu interrotto dal Certo che aveva udito la conversazione: “Hey chi cazzo credete che sia?” “Silenzio, Gomma” gli intimò uno sbirro con l’indice minacciosamente puntato “avrai quello che ti meriti, brutta carogna. Sono le persone come te il cancro sociale più diffuso. Dove hai messo la bambina?” “Non mi chiamo Gomma” rispose il Certo “e non sono un cancro sociale e non ho rapito bambine, state sbagliando persona”. L’agente Di Gennaro, che era seduto accanto a lui, gli porse una fotografia: “E questo non saresti tu?”. Il Certo osservò la foto, in effetti la somiglianza col famigerato Alfonso Gomma era sconvolgente: due gocce d’acqua, non c’è che dire. Non troppo quello, non troppo l’altro. Restò impietrito per alcuni attimi, poi, capito l’equivoco, tentò di spiegarsi: “Vi dico che non sono io, ci somiglio molto ma non sono io quello che cercate. Lasciatemi andare. Non potete arrestare un pinco pallino qualsiasi solo perchè somiglia a un fuggitivo. Non ho opposto resistenza quando siete arrivati! Infatti mi stavo scaccolando e...”. L’agente Esposito accostò bruscamente e spense la macchina, scese, aprì la porta posteriore e rifilò una sberla al Certo: “La prossima volta che ti azzardi a prenderci per il culo ti faccio passare io la voglia di scherzare”. “Cosa ho detto di male?” Piagnucolò il Certo ammanettato. “Non si parla di caccole in presenza nostra” gridò furioso l’agente sbattendo la porta. Adesso il Certo singhiozzava: “Ma che cazzo ne so io? Non sono quello che cercate vi dico”. L’agente Di Gennaro lo scrutò imperturbabile: “Perchè allora non hai documenti? Tipico del fuorilegge latitante!! Non uno straccio di identità e che si nasconde nelle campagne!! “Vi sbagliate! Ero lì per caso!! Ho perso il portafoglio in un vigneto!” gridò disperato il Certo. Le troppe coincidenze e lo incastravano senza dubbio, e la Dea Bendata gli mostrava il dito medio. “Lo racconterai al giudice, lurida feccia” lo zittì uno sbirro. L’auto sfrecciò lungo la strada deserta, poi percorse il lungo ponte illuminato all’entrata della città e raggiunse la centrale.
Vado in Grecia...ciao a tutti e buone vacanze!!
July 25 Che studente sei?Salve Licaonici, ho trovato questo simpatico test su internet e ve lo ripropongo. http://www.newsky.it/deathclock/studentclock/index.htm Non siate timidi e dite cosa vi è risultato! Comincio io...dannatamente secchione... P.S: Ci sono altri test molto simpatici tipo quando morirai, quanto sei socialmente utile e specialmente quanti anni dovrai passare all'inferno! ehehe Ciao a tutti, Paolo July 08 La corsa dei cretini parte primaContinua dal 16 giugno LA CORSA DEI CRETINI
PARTE PRIMA TUMULTI SOTTO LE STELLE
ORE 2.30, notte.
Il Bomba
Una cavalletta malinconica osservava la luna dall’alto di un ciliegio ma si stava annoiando, così decise di andarsene a fare un giro nella radura sottostante, forse per fare due chiacchiere con la coccinella. Allora caricò a molla le zampe posteriori, spiegò le ali e balzò verso il prato. Ma non planò sull’erba come s’aspettava, bensì su qualcosa di morbido e roseo che puzzava lontanamente di benzina. Percorse timidamente qualche passo verso una strana caverna buia e umida, la cui entrata sembrava preceduta da uno zerbino peloso. L’odore di benzina veniva da quella parte, indubbiamente. Sporse incuriosita la sua testolina per guardare, ma in quel mentre la terra tremò sotto le sue zampe e dalla caverna fuoriuscìrono un grugnito straziante, accompagnato da un fetore da basso inferno. La cavalletta perse i sensi e svenne cadendo dalla montagna rosa. Il Bomba si svegliò, se così si può dire, perchè aveva l’impressione che qualcosa gli stesse camminando sulla faccia. Si mise a sedere tastando il terreno e afferrò qualcosa che sembrava un pezzo di legno morbido e se lo portò davanti agli occhi- “santoiddio”-gridò “Che schifo! Una cavalletta!”. Scagliò l’animale lontano con tutto il suo ribrezzo e si rizzò in piedi constatando che la cosa gli veniva alquanto difficile. Si stabilizzò quindi in fragile equilibrio massaggiandosi la fronte che pulsava come un lombrico. Si chiese che cosa ci facevano due lune in cielo ma poi mise a fuoco, eccone una! Di stelle ne vedeva eccome, dentro e fuori dagli occhi. Poi, come un proiettile, tutto gli venne alla mente in un lampo: i gioielli, la gara, i chupiti. Si chiese dove fossero gli altri e dove cavolo si trovava. Nessuna risposta dal fondo dell’anima. Nonostante la scarsa luminosità capì di essere in una radura, lontano dal Principe e dal parcheggio: non riusciva a vedere a più di una manciata di metri, forse due lune sarebbero state più d’aiuto. Capì di avere camminato, ma quanto? In che direzione? Doveva essersi appisolato per un po’ di tempo dopo aver camminato, vinto dalla fatica e dall’emicrania. Decise di intuire da che parte fosse la strada e di muoversi da lì; non poteva indugiare oltre in pennichelle: indugiare significava dare vantaggio agli altri partecipanti. Così optò casualmente di virare a sinistra e camminare fino alla prima forma di civiltà. Si mosse cautamente e passo dopo passo percorse svariate centinaia di metri così giungendo in prossimità di un vigneto con una stradina bianca che lo trafiggeva giusto nel mezzo; un timido fetore di stalla inebriava il paesaggio: concluse che dovevano avere da poco concimato i terreni. Nella sua testa passò in un fremito una fragile equazione: vigneto appena concimato più stradina, uguale casa o fattoria e probabile indicazione. Imboccò la stradina di sassi e la percorse: dritta come una freccia sembrava non finire mai. Attorno a lui si inerpicavano le piante coperte da tentacoli di tralci, il cielo sembrava predisposto ad un’invasione di licantropi mentre un’infinità di rumori e fremiti e singulti della natura invadevano il paesaggio tra i vigneti, buio come la pece, tetro come un cimitero. L’odore di merda stava diventando insopportabile e sentiva che gli stava impregnando i vestiti. Mentre era impegnato a farsi paura da solo accorgendosi di tutte le cose tenebrose che lo circondavano, la sua passeggiata si interruppe bruscamente tutto a un tratto, poiché il suo naso già straziato dall’odore aveva cozzato contro qualcosa di solido e verticale. Prese di tasca l’accendino per illuminare l’ostacolo che tante imprecazioni e dolore al setto nasale aveva causato in lui, e la fiamma mostrò che si trattava di un cartello, ma non riportava un’indicazione preziosa su una strada, bensì una tragica e poco incoraggiante scritta: “Azienda vinicola Mariozzi- coltiviamo i nostri vigneti con amore e con puro sterco equino biologico”. Le brutte notizie non arrivano mai sole, ma sempre tutte insieme e dritte sul naso, e per stare in tema di merda bisogna reagire come gli insetti stercorari: tapparsi il naso, trascinare la palla di cacca e guardare avanti. Senza motivi particolari, o forse per via della puzza, fu in quel preciso istante che pensò a quello che suo nonno soleva ripetergli fin da bambino, ogni volta che si cacciava in qualche guaio: “Sei come la merda, ragazzo mio: in qualche modo ne viene sempre fuori”. Sorrise al ricordo del suo carissimo e brioso nonnino e si fece coraggio, non badò più al paesaggio tetro e all’odore, non più al buio o ai licantropi, e avanzò sicuro di vincere la gara. Il cartello precedeva infatti l’ultima sfilza di vigneti, che terminava al cospetto di un muro bianco e piuttosto alto, che a sua volta si perdeva nell’oscurità verso destra e verso sinistra. Prese scaramanticamente la sinistra, mosso da blande convinzioni politiche e deciso a vedere che cosa conteneva quella cinta tanto smisurata. Finalmente individuò il cancello d’entrata, in ferro battuto e in stile gotico; e con esso arrivò la risposta al suo quesito: la muraglia cinese cingeva una cascina grande quanto la reggia di uno zar russo, circondata da un giardino babilonese per dimensioni ma col prato in stile inglese; e tra tutta questa mondialità di tecniche, di italiano c’era soltanto il cognome sul campanello all’entrata “Mariozzi”. Di lì a poco iniziava una strada asfaltata e, a conferma della sua brillante equazione, un cartello blu a scritte bianche recitava “Mantova 12” in direzione nord. Si annusò i vestiti capendo che l’odore non gli aveva soltanto impregnato il setto nasale e vide che le sue scarpe avevano assunto una nuova tinta scura: reagì quindi con imprecazione adeguata. Stava per incanalarsi verso la giusta destinazione finalmente trovata, quando qualcosa di insolito e inaspettato costrinse i suoi occhi verso il lato di muro che non aveva percorso. C’erano due vecchi furgoncini logori e scassati, parcheggiati a ridosso del muro, e a seguire una Vespa azzurra nelle stesse condizioni: dovevano essere i mezzi dei fattori. “Lo specchietto di un motorino!” cantò trionfante nella sua testa, un colpo facile e indolore. Un occasione così in un posto così isolato non capiterà più – pensò – quindi adesso o mai più! Dopo aver dato una veloce occhiata nei dintorni per assicurarsi d’essere solo, esortato dal coraggio alcolico non esitò a fiondarsi sul mezzo azzurro a due ruote per sventrarne uno specchietto, rinnovando il tradizionale detto che “l’occasione fa l’uomo ladro”, aggiungendo tra se e se ridacchiando “cretino chi l’occasione crea al ladro” (avendo una cascina dove ci puoi parcheggiare uno yact). Mentre si vantava della sua saggezza, echeggiarono nel silenzio tombale circostante un paio di “trac-klanc” ferrosi e due o tre “gneeec-sgraaang” di plastica rotta. Lo specchietto stava cedendo sotto la forza bruta del Bomba che grondava copiosamente sudore. Dopo alcuni faticosi minuti che avevano prodotto per lo più rumori strazianti, decise di finire il lavoro con un colpo secco, visto che lo specchietto era ormai in procinto di staccarsi; ma non andò tutto come s’aspettava. Contò fino a tre tenendo saldamente tra le mani lo specchietto e…Uno...due...tre… “wraaaaang...boom”…e in men che non si dica si ritrovò con l’ oggetto della sua ambizione in mano, ma per l’impeto era caduto all’indietro tirando su di se anche la Vespa. Il botto fu tale che qualcuno nella villa si era svegliato e una luce si era accesa dando vita ad una delle finestre. Quasi immediatamente, mentre cercava di liberarsi sollevando il peso opprimente del motorino, una voce roca e poco amichevole proveniva dalla finestra stessa: “Chivalà!?”, seguita dai latrati furiosi di quello che doveva essere un cane-toro, provenienti dal giardino. Era quasi libero quando vide che il cancello automatico si stava aprendo annunciato da un ronzio. Fu decisivo per incentivare in lui la paura, quella paura che attiva negli uomini una forza impressionante e un impressionante terremoto intestinale. Dal cancello appena schiuso uscirono nell’ordine un cagnaccio marrone e bavoso (una bestia orribile che emetteva latrati demoniaci), seguito dopo poco da un vecchio panciuto vestito con un ridicolo pigiama bianco a pois rossi e pantofole verdi (che doveva essere il signor Mariotti, o chi per lui): era arrivato il momento di tagliare la corda. Liberò l’ultimo pezzo di se e si levò in piedi iniziando una tragica fuga, mentre il vecchio impigiamato intimava severamente al suo cane taurino di mangiare le parti basse dell’invasore e riportargliele. Il vecchio percorse solo pochi metri, poi si fermò vinto dal sovrappeso. Il cane teneva dietro al Bomba che prese una via di fuga che in quegli attimi terribili gli sembrò più atta al depistaggio. Percorse un’infinità di strada a rotta di collo, ma per quanto si desse da fare con le gambe, poteva quasi sentire l’alito della bestia sulla nuca, bestia avvantaggiata nella corsa dal fatto di avere due zampe in più e dall’essere sobria. Stava ormai per essere afferrato dalla tenaglia dentata della bestiaccia, quando si accorse di essere arrivato in prossimità di un corso d’acqua molto grande e costeggiato da platani. Afferrò istintivamente un ramo e si issò con le sue ultime forze mettendosi in salvo mentre il cane, mancandolo di un capello, si schiantò con tutta la foga della corsa sul tronco facendo tremare l’intero paesaggio, il botto fu tale che perfino le stelle parvero oscillare. Il Bomba, ridendo della sorte del cagnaccio e ansimando per i recenti sforzi, cercava aria allo stesso tempo, rischiando un’ embolia per l’antitesi. La bestia dal canto suo frignava massaggiandosi la testa con le zampacce. Entrambe le creature recuperarono la loro dignità in pochi minuti. Ora l’animale latrava come un ossesso proteso verso l’alto e in piedi sulle zampe posteriori, mentre quelle anteriori le teneva letteralmente piantate nel tronco; allo stesso tempo l’uomo tentava di colpirlo con pezzi di rami che sventrava a sua volta dall’alto. Teneva saldamente tra le mani l’agognato specchietto, ebbro di quella gioia che da il riuscire a farla franca. Ma capì che doveva muoversi in fretta, o il casino che faceva il cane avrebbe attirato fino a lì il padrone o altri problemi correlati. Pensò bene quindi di architettare alcuni piani di fuga. Scartate le ipotesi del volo e di un’altra campestre, tutti i suoi pensieri si centrarono inevitabilmente sulla soluzione più estrema: il fiume; idea suggerita anche dall’incessante scroscio dell’acqua. Nonostante la corrente sembrasse piuttosto forte, ma forte lui della convinzione di essere un ottimo nuotatore (medaglia d’oro ai giochi della gioventù nel ’97, carriera stroncata da lombalgia), votò per il tuffo in grande stile. Previde inoltre in un primo momento, che il cane, seppure ottimo nuotatore, non avrebbe vinto la corrente o non avrebbe avuto le palle di seguirlo fino lì. Per convincersi di queste sue supposizioni fissò l’animale, ma scorse chiara e tonda quella scintilla di odio e sete di vendetta brillare nei suoi occhi infernali: cambiò idea, Cerbero l’avrebbe seguito e gli avrebbe mangiato le palle. In conclusione, viste le più ampie possibilità di poter fuggire per via idrica, si fece il segno della croce, legò lo specchietto alla cintola e camminò sul ramo più grosso e più sporgente come un trapezista, seguito dallo sguardo rabbioso dell’animale che ora taceva incuriosito e in stato d’allerta, osservò la luna e mormorò una preghiera, poi balzò tra le acque buie. Quasi immediatamente la bestiaccia rilasciò un autentico ululato di guerra, zompettò fino all’argine e spiccò il volo anch’esso verso i flutti...PLUF...PLUF...
---------------------------------------------------------------------------- Intermezzo 1: Sbirri
A mio modo di vedere ci sono quattro motivi che spingono una persona a diventare carabiniere: il primo è la disoccupazione e quindi la mancanza di alternative e prospettive di carriera, associato al fatto che un lavoro per lo stato non è mai a rischio, nella buona e nella cattiva sorte. Il secondo è la mania delle armi e dell’ordine. Il terzo si può ricondurre alla vita sociale della persona in questione: se un uomo è considerato un guastafeste e bacchettone fino dalla nascita, e se mantiene queste caratteristiche e capisce che ci può perfino guadagnare un dignitoso stipendio, allora farà lo sbirro. Il quarto è la voglia di portare giustizia e ordine nella società: motivo non troppo spesso preso in considerazione dalla persona al momento dell’arruolamento. La pattuglia 27\bis si trovava per la strada da qualche parte nelle campagne mantovane, parcheggiata in una piazzola di sosta. All’interno dell’auto gli agenti Salvatore Esposito e Armando De Gennaro stavano lavorando sodo, come ogni estenuante notte di pattuglia: l’agente Esposito si stava scaccolando con entusiasmo, come un cercatore d’oro setaccia il fiume, mentre l’agente De Gennaro si rimestava le palle con aria soddisfatta. Ora il momento saliente della nottata: l’agente Esposito arrotola una pepita gigante, abbassa il finestrino, mira il palo della luce e si appresta a colpirlo con un preciso tiro alla Guglielmo Tell. Prima di effettuare il lancio si blocca, e decide di aprire il toto- lanciacaccole col collega: “Hey Dege (così lo chiamava), Quanto scommetti che becco il palo della luce con questa caccola e con un solo tiro?”. L’altro lasciò di malmenarsi lo scroto e fissò il collega: “A quanto stanno le quotazioni?”. Il brook-maker resta sempre in procinto di tirare: “Beh, siamo a 5 metri buoni, la luminosità è suppergiù del 45%; tutto questo contro il fatto che sto per praticare la mia specialità: direi quindi a 1,50 euro lo becco, 2,75 euro non lo becco...Quanto vuoi puntare?” L’agente De Gennaro fece una smorfia che lasciava trasparire indecisione, alla fine il verdetto: “5 euro che non lo becchi”. L’altro restò concentrato in posizione: “E io ne punto 5 sul mio successo”. Partì il lancio. La caccola volò per 4,98 metri finendo la sua corsa stampandosi al suolo a 2 centimetri dal palo. L’agente De Gennaro ridacchiò: “Peccato vecchio mio: vediamo un po’; 2,75 euro per 5 che ho puntato fanno...12,75 euro...concilia adesso?”. L’agente Esposito sbuffò annoiato anche se riusciva a risparmiare un euro e prese il portafoglio. Stavano per ricominciare il gioco quando tutto a un tratto la radio prese a gracchiare, e una voce metallica proveniente dalla centrale chiese risposta alla pattuglia 27\bis, interrompendo la competizione. L’agente Esposito sbuffò per la seconda volta nello stesso minuto: “Agenti Esposito e De Gennaro in ascolto”. Un paio di risate di scherno uscirono dal ricevitore “Hai sentito Alvi? I Lancia- caccole ascoltano”. “Finitela di fare gli stronzi e dite che cazzo succede”. Dall’altra parte smisero di ridere: “Ieri il detenuto Alfonso Gomma meglio noto come “Brugola” è fuggito dal carcere come ben sapete, avete ancora la foto con voi? (risate). “Finitela, stronzi!” berciò l’agente Esposito “la foto l’abbiamo, continua il messaggio”. “Ci è giunta una segnalazione da un civile, e abbiamo ragione di sospettare che abbia in ostaggio una bambina da oggi pomeriggio e che si aggiri da quelle parti per arrivare a Mantova, per ragioni però a noi ignote. Occhi aperti Lancia – caccole!” (risata). “Ricevuto, stronzi” Riattaccò.
-------------------------------------------------------------------------------
July 04 Filologia medievale e umanistica (parte 1)Continua l'iniziativa licaonica di mettere a disposizione in maniera del tutto libera gli appunti e i riassunti per preparare gli esami di laurea in lettere presso la facoltà di Verona.
Reduci dall'appello di FILOLOGIA MEDIEVALE E UMANISTICA (i) mettiamo a disposizione le sintesi fatte al PC. In questa prima parte troverete le sintesi tratte dal Sapegno delle opere latine di Dante, Boccaccio e Petrarca a cura del Giovane Ribelle Paolo alle quali si sommeranno le sintesi del Garin a cura del prof. Maximilian Ceo.
FILOLOGIA MEDIEVALE E UMANISTICA (i) (prof. BOTTARI) Sintesi dal Sapegno
DANTE – OPERE IN LATINO
1- DE VULGARI ELOQUENTIA opera d’indagine sulla lingua materna procede secondo lo schema del trattato medievale. Dall’ebraico a seguito dell’episodio della Torre di Babele le lingue umane si diversificano in 3 gruppi: germanico-slavo, greco e meridionale-occidentale. Quest’ultimo si è diviso in Ispano Francese e Latino (genesi in comune delle parlate romanze!) il Latino classico per Dante è solo un’invenzione letteraria, all’atto pratico non esisteva. Profetizza la realizzazione del volgare illustre che deve essere: curiale cardinale e illustre questo volgare doveva venire utilizzato dai nuovi letterati. 2- LE ESPISTOLE basate sui modelli retorici medievali (da Cassiodoro a Pier della Vigna) mantengono una rigida osservanza del cursus. Le più belle rimangono quelle ad Arrigo VII, ai cardinali e a Cangrande della Scala (quest’ultima di dubbia attribuzione) nella quale il poeta dedica il Paradiso al signore scaligero ed indica il fine della Commedia. 3- LA MONARCHIA Dante si interroga se sia necessario un impero universale, se il popolo romano ha diritto che gli venga assegnato, se esso derivi direttamente da Dio o dipenda dal suo vicario. Dante chiarisce con la teoria dei due soli i rapporti tra papato ed impero. 4- EGLOGHE sullo schema delle Bucoliche di Virgilio. 5- QUESTIO Trattato esposto a S. Elena (VR) nel quale Dante illustra “scientificamente” che non è possibile che l’acqua sia posta sopra la terra emersa in nessuna parte del mondo.
BOCCACCIO – OPERE IN LATINO
1- EPISTOLE le prime sono influenzate dall’ars dictandi medievale le ultime invece dal Petrarca 2- BUCOLICUM CARMEN il modello rimane sempre Virgilio anche se si fece sentire l’influsso del Petrarca (cfr la XIII Laurea). Non hanno valore poetico ma solamente allegorico. 3- DE CASIBUS VIRORUM ILLUSTRIUM con intento morale il Boccaccio raccoglie molte biografie di uomini illustri da Adamo ai suoi contemporanei, il tutto è inquadrato secondo uno schema epico-drammatico. Scarso il valore storico dell’opera se non quando descrive le vite di uomini a lui contemporanei (cfr J. De Molay). 4- DE MULIERIBUS CLARIS raccoglie le biografie delle donne più famose dall’antichità alla contemporaneità esse possono essere esempio di virtù quanto di scelleratezza. 5- GENEALOGIA DEORUM GENTILIUM maggiore delle opere erudite del Boccaccio. Si tratta di una raccolta degli dei pagani con annesso albero genealogico dell’Olimpo. Interpreta i miti non solo nel loro significato letterale ma anche in quello storico, allegorico, morale analogico e cristiano. E’ presente una difesa della poesia (classica) contro i suoi detrattori. (cfr Salutati, De laboribus Herculis) 6- DE MONTIBUS è un’opera in cui il Boccaccio raccoglie tutti i riferimenti geografici delle opere classiche. 7- VITA DI DANTE (Trattatelo) e COMENTO opere del tardo Boccaccio sul amato Dante. Mette in luce lo spirito umanistico del Sommo Poeta.
PETRARCA – OPERE IN LATINO e non
1- EPISTOLARIO hanno carattere letterario offrono un quadro della cultura umanistica del Petrarca, alcune sono molto erudite altre sono ufficiose; sono coerenti con il modello dell’epistola umanistica (molto diversa rispetto a quella medievale). Sono scritte in un latino fluido agile e flessibile sul modello di Seneca e Sant’Agostino. Tutto l’epistolario è testimonianza di una trasfigurazione letteraria della realtà; tutto è studiato a tavolino dall’autore (cfr la celebre epistola Posteritati dal modello ciceroniano). a- Sine Nomine atteggiamento moderno nei confronti dell’impero (non più a Roma) e del papato (atto d’accusa verso la corruzione ecclesiastica). E’ forte l’amore per l’Italia da parte dell’apolide Petrarca, rievoca gli antichi fasti e ammira le bellezze naturali del Bel Paese. b- Metricae epistole interessanti per le accortezze stilistiche adottate. I grandi temi sono: amore per l’Italia; senso di grandezza e di desolazione di Roma; difesa strenua della poesia; memoria dell’incoronazione romana (Petrarca come poeta laureato). c- Ad familiares sul modello di Cicerone, molto importanti le lettere agli antichi, in particolare quella a Virgilio (codice ambrosiano) che conserva una nota abituaria (elemento paratestuale) sulla morte di Laura d- Variae e- Seniles da ricordare la lettera ai posteri sul modello ciceroniano 2- CANZONI POLITICHE non sono canzoni che mirano all’invettiva bensì all’esortazione; con grande eloquenza il Petrarca cerca di dissuadere gli Italiani dalle lotte fratricide. L’entusiasmo di essere italiano è un punto focale dell’umanesimo petrarchesco che si manifesta in un’opera filologica e letteraria. Vi è una consapevolezza del netto divario tra ciò che c’era prima e ciò che c’è adesso e vi la volontà di riallacciare i legami con il mondo classico. 3- INVETTIVE la più famosa è l’Ivectivarum contra medicum quendam dove Petrarca ribadisce l’importanza della poesia e delle lettere in genere contro gli scrupoli dei rigoristi morali e degli asceti e il disprezzo dei dialettici e degli scienziati (cfr Salutati, De nobilitate legum et medicina). Problema dell’imitazione: per lui non è un mero esercizio letterario ma è una comunione piena di sentimenti e di forme con l’autore preso a modello senza per questo perdere in personalità. 4- BUCOLICUM CARMEN raccolta di egloghe allegoriche sul modello virgiliano, alcune si riferiscono ad avvenimenti realmente accaduti (cfr rivoluzione di Cola di Rienzo) al cristianesimo si contrappone una via nuova quella dell’amore per i classici. 5- AFRICA opera umanistica del Petrarca di argomento epico, rimase incompiuta narra le vicende della seconda guerra punica ad opera di Scipione l’Africano. L’opera appare subito disgregata e frammentaria quando non contrastante nelle varie parti. L’autore sente il peso di non poter contraddire l’amato Tito Livio. Troppo moralistica nelle sue fattezze, Scipione è troppo buono e perfetto mentre i Cartaginesi sono troppo cattivi ed immorali. Non si capisce se l’Africa sia un’opera storica, epica o lirica, è tutto e non è niente. 6- DE VIRIS ILLUSTRIBUS altra opera umanistica raccoglie le vite degli uomini più illustri di ogni tempo e paese con fonti: Tito Livio, Svetonio e Cesare. Il proposito storico viene tradito dall’uso elevato di giudizi di stampo morale ma rimane pur un bel esempio di inizio di quella storiografia tanto cara agli Umanisti. 7- RERUM MEMORANDARUM LIBRI raccolta di exemplum delle virtù umane con fonte Valerio Massimo. Il proposito morale e pedagogico e la pedanteria scolastica danno all’opera un colorito medievaleggiante sennonchè l’erudizione e l’uso dei confronti tra le tradizioni narrative mostrano la novità del Petrarca. Vi è forte il colorito psicologico e tutta l’opera è ambientata in una sorta di pessimismo cosmico. 8- ITINERARIUM raccolta di tutte le notizie geografiche storiche e di varia dottrina utili qualora si volesse compiere un pellegrinaggio in Terra Santa. 9- DE SUI IPSIUS ET MULTORUM IGNORANTIA autobiografico e polemico è il primo libro di filosofia del Petrarca che intende rispondere a quanti lo accusarono di essere un buon uomo ma privo di cultura. Vi è ostilità nei confronti della scienza contemporanea e della scolastica. Ciò che importa è invece la scienza della felicità che implica una profonda conoscenza della filosofia morale classica sebbene egli non rinneghi il fatto di essere cristiano. Rifiuta il medioevo e il razionalismo degli scolastici come la scienza dei medici e dei giuristi come degli astrologi. 10- DE VITA SOLITARIA è una lode alla vita solitaria e silenziosa in quanto favoriscono la tranquillità dell’animo. Il concetto eremitico e religioso della solitudine si mescola di continuo con quello classico e letterario. L’opera è l’idealizzazione della sua vita in Valchiusa. 11- DE OTIO RELIGIOSO contrappone all’affaticarsi incessante degli uomini di mondo alla quiete di cui godono gli eremiti. Si basa sull’opera di Sant’Agostino ma non riesce a trasmettere un organismo filosofico compatto come l’illustre padre della Chiesa. Dopo innumerevoli digressioni Petrarca elogia la figura del Cristiano in particolare del mite fanciullo. 12- DE REMEDIIS UTRIUSQUE FORTUNAE trattato più medievale di tutti nasconde un’anima moderna. L’autore si prefigge di indicare i rimedi che lo spirito umano può contrapporre agli scherzi della Fortuna. La struttura e lo stile sono medievali anche se lo spirito è più stoico che cristiano contiene una ricca materia psicologica. Nonostante l’aspetto di una enciclopedia si tratta invece di un’opera autobiografica dove Petrarca cerca di rimediare alle proprie sventure. Una volta approdato al pessimismo stoico Petrarca cerca rifugio nel cristianesimo.
13- SECRETUM Autoanalisi letteraria di Petrarca. Alla presenza della Verità l’autore si scinde in due parti: Sant’Agostino l’accusatore mette in luce tutti i peccati e i mali dell’anima che affliggono Francesco, l’accusato, che dopo una debole difesa asseconda le accuse del Santo. 14- CANZONIERE Raccolta di poesie prima e dopo la morte di Laura; è l’opera della vita che vedrà continue correzioni fino agli ultimi giorni del poeta. Sebbene serene in superficie le rime del canzoniere descrivono sempre lo spirito tormentato del poeta. 15- TRIONFI opera complessa e ben strutturata che si basa su delle visioni allegoriche che richiamano al lettore la Commedia di Dante. Rappresentano un’allegoria della vita del poeta dall’amore per Laura alla sua morte, dall’amore per il successo e la fama alla ricerca di Dio. Vi è sempre un ripiegamento morale della coscienza che accompagna tutte le grandi opere di Petrarca. Vi è oltre il proposito d’arte una sostanza d’umanità e un’aspirazione religiosa sebbene frutto di stanchezza piuttosto che di speranza. La felicità risiede nei frammenti e non nell’insieme. |
|
|